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Dieci motivi per non aprire una casa editrice

Visto che questo genere di post sta attirando molte attenzioni, sono lieto oggi di dare un terzo contributo alla causa attraverso il presente guest post.
L’autore è Luca A.Volpino, responsabile editoriale della Wild Boar Edizioni, che si occupa anche di giochi di ruolo, ponendoli in stretta relazione con la letteratura di genere.
Il decalogo di Luca, dieci motivi per non aprire una casa editrice, ci proietta dall’altro lato della cortina, giusto per confermare il più classico proverbio sul rovescio della medaglia.
Ammettiamolo: molti aspiranti scrittori (e molti scrittori già affermati) sono delle vere lagne, dei palloni gonfiati che credono di essere unici interpreti dell’Arte Massima e Unica. Avere a che fare con loro può essere estenuante, specialmente per un editore
Ancor più estenuante è confrontarsi con un certo tipo di concorrenza.
Insomma, ne leggerete delle belle…

DIECI MOTIVI PER NON APRIRE UNA CASA EDITRICE

  1. Tanto non ci guadagnerete. Inutile guardare con occhioni luccicanti quei due o tre che, negli ultimi 10 anni, sono passati da “piccoli editori” a “grandi editori” grazie a una botta di culo, a un autore azzeccato o magari alla loro bravura. Fateci caso: appena hanno potuto, TUTTI hanno venduto la loro casa a un grosso gruppo editoriale.
  2. Gli autori italiani sono dei rompicoglioni. A parte qualche serio professionista (che, tanto, è già pubblicato da una qualche grossa casa…) avrete a che fare con ragazzine brufolose che cercano di piazzare la loro tri-penta-decalogia fantasy con gli splendidi (barrare la casella): Elfi [] Vampiri [] Personaggi della loro serie manga preferita []. E peggio ancora, spesso queste ragazzine brufolose sono maschi.
  3. Dichiarare di essere editore equivale a chiedere di essere molestati intellettualmente, come dichiarare di essere superdotato in un raduno di ninfomani. Grossomodo 5 italiani su 6 scrivono, hanno scritto o hanno un amico che scrive – “ma bravo eh!”. E ti chiedono di pubblicare. E se non lo fai vedi (5).
  4. Dovrete fare un altro lavoro, un lavoro “vero”, per mantenervi. Solo che fare l’editore occupa un casino di tempo, proprio tanto. Se riuscite a stare tre giorni senza dormire, ok. Altrimenti lasciate perdere.
  5. Sarete editori. Ovvero quelli che appartengono al Malvagio Sistema che Pubblica Solo gli Amici (e, al limite, gli Amici degli Amici). Ci sarà gente disposta a criticarvi perché “a pag. 3.423 dell’edizione italiana del libro avete spostato la virgola in una frase. Ci sarà gente che, non trovando altro, vi chiederà come mai le immagini del vostro libro illustrato sono ridotte dello 0,003% rispetto a quello americano, affermando che questo “impedisce di godere appieno il libro”.
  6. Vi verrà un fegato così a vedere le cosiddette “associazioni culturali con diritto d’edizione” che pubblicano libri, come voi, ma che non pagano nemmeno la metà dei balzelli che pagate voi. Certo, loro non hanno “scopo di lucro”, voi sì – ma fidatevi, rimarrà uno scopo irraggiungibile comunque.
  7. Vi farete tanti, tanti, taaaanti nemici – soprattutto tra la gente che avrete aiutato. Magari, mossi da sincera convinzione che “più siamo meglio stiamo”, aiuterete qualcuno ad aprire una nuova casa editrice, gli presenterete tipografi e scrittori. Poi vi troverete coloro che avete aiutato saltarvi alla gola sui forum, perché voi siete “editori vecchio stile” mentre loro representano il nuovo che avanza…
  8. Non riuscirete a smettere. “Ancora un libro, poi si chiude.” Oppure: “Se quest’anno non vendiamo almeno tot, basta.”. Ok. Ci credete davvero che chiuderete? Leggetevi La Coscienza di Zeno
  9. Andrete in rovina. A meno che il vostro lavoro “normale” non produca redditi pari al bilancio del Dubai, userete tutti i vostri soldi per “tappare” i buchi della casa editrice. E, se l’avete aperta con degli amici, presto avrete amici in meno.
  10. Ogni anno, a gennaio, vi verrà una botta di depressione perché “Lo avevo detto io, l’anno scorso, che bisognava chiudere, ma i miei soci me lo hanno impedito…” Salvo poi ricordarvi che non avete soci.

73 risposte a "Dieci motivi per non aprire una casa editrice"

  1. Bel decalogo, che ci proietta dall’altro lato della barricata e ci fa notare che la desolazione che avevamo avvertito nel primo decalogo – quello sul non scrivere – è presente anche tra gli addetti ai lavori delle case editrici…

    Sempre sul tema editoria vista dal punto degli editori consiglio il pamphlet in ebook gratuito “Le invio un manoscritto. Attendo contratto”, che ho anche recensito da poco sul blog. 🙂

    Ciao,
    Gianluca

    1. Interessante! Mi recupero la tua rece e pure il pamphlet!
      In effetti io, pur non amando l’editoria italiana, ammetto che il 90% degli aspiranti scrittori sono molto, molto peggio 😀

  2. Il punto due, sulla descrizione delle “autrici” italiane e i loro 3 modelli di protagonisti, mi ha fatto piegare in due dal ridere. Finito di ridere ho valutato che è vero e mi sono rattristato.
    Bel decalogo davvero, e concordo con i punti in cui sconsigliano di fare società…

    1. La grande editoria è sempre meno perdonabile della piccola.
      E’ da tempo che riscontro traduzioni insufficienti, editing scarso. E parlo di Mondadori (etc etc). A questo punto devono darmi un motivo valido per pagare 25 euro i loro libri.

      1. Io sono traduttrice e, riguardo alle traduzioni insufficienti un’idea ce l’ho: tu paghi 25€ per un prodotto che loro danno da tradurre a qualcuno di scarsa esperienza, che però accetta salari da fame e tempistiche da suicidio. Il risultato è quello che ti ritrovi fra le mani.

        1. Senza dubbio è come dici tu.
          Non a caso sta accadendo la stessa cosa nell’editoria digitale: impaginazioni affidate a gente con scarsa esperienze, spesso cinesi o indiani. Il risultato? Gli ebook italiani spesso sono di qualità pessima.

        2. Non si rendono conto che così uccidono la gallina dalle uova d’oro? Il povero traduttore che fa la figura dell’incapace, anche se in realtà (magari non sempre) è solo mancanza di tempo, e loro stessi che avranno un’emorragia di lettori. Senza contare che i buoni traduttori sono anche grandi lettori, ma se non hanno i soldi, i libri non se li comprano…

  3. Bellissima. Davvero complimenti. Ironica, lucida e disillusa. Una fotografia perfetta di un mestiere del cazzo, che mi ricorda tanto quello di piccolo produttore cinematografico.
    Ancora tanti complimenti

  4. Questo decalogo insieme a quello dello scrittore mi porta a una riflessione.

    Ogni volta che si vuole lavorare bene e con passione, che si cerca di mantenere alto il livello del proprio lavoro, ci si imbatte nelle storture del sistema in cui ci si inserisce.
    E la cosa triste è che queste storture spesso sono legate alle cattive abitudini dei grandi che nel sistema ci sguazzano già da un po’.

    Nel caso degli scrittori ad esempio quello che scatena l’ira dei lettori è una certa incuria e mancanza di rispetto per i propri lettori.
    Nel caso degli editori ci si imbatte nella rabbia per un certo giro di amici e conoscenti che alla fine pare essere un circolo chiuso.

    Insomma l’impressione è che chi vuole fare bene, va a pagare i disagi creati dal cattivo modo di lavorare di altri.
    Per questo mi era piaciuto il tuo post sulle case editrici promosse e quelle bocciate.
    Bisogna cominciare a fare un distinguo se vogliamo un ritorno alla buona qualità dell’editoria altrimenti effettivamente c’è solo da lasciar perdere.
    Voglio dire, perchè mai un uomo di buona volontà dovrebbe voler fare l’editore?

    Molto bello il punto 8!
    Niente da fare, quando si fa qualcosa con passione è davvero difficile smettere, nonostante tutto! 🙂

    Cily

  5. Punto 2… epperò tanto proprio quelli piazzano. Se c’è altro da piazzare, allora ben venga. Se ci sono solo elfi/vampiri scritti da ragazzine/i brufolose, perché insistere?
    Perché riempire scaffali, su scaffali, su scaffali di questa robaccia?
    Perché piazzare gli eBook a 12 euro e 50 e anche di più, sapendo che nessuno li comprerà? Perché addirittura mettere in vendita le (fottute) anteprime degli eBook?
    Perché dividere un libro, anzi una saga, per lucrare il doppio di quanto sia stato fatto in America con la metà dei volumi?
    E per carità, non mi riferisco all’autore di questo decalogo. Anche io ho degli amici che hanno messo su un’impresa e sono stati costretti a chiudere perché stritolati dalla tassazione folle, prima ancora di poter riuscire a concludere qualcosa. Quindi capisco, capisco i disagi e le difficoltà, e anche la frustrazione. Io ho perso il posto di lavoro, per una cosa così…
    Ce l’ho con le cose che vedo e non riesco a capire, fatte dagli editori grossi. E sono cose che non fanno bene, anzi inaspriscono il clima di conflitto.
    😉

  6. Risposta collettiva per Cily ed Hell: Secondo i buoni editori che cercano di andare controcorrente vengono schiacciati dalle schifezze pubblicate da gran parte della concorrenza. Poi la sfiducia diventa generalizzata. Come per la politica. Quante volte sentite dire (o dite voi stessi) “Sono tutti ladri!”, ben sapendo che non è così?
    Io stesso lo faccio di tanto in tanto, anche se odio le generalizzazioni.
    Purtroppo, come sempre accade, è il sistema a schiacciare chi ci mette la buona volontà.
    A parer mio la Rete è un buon mezzo per separare la cacca dal cioccolato. Peccato che in Italia molti la utilizzino per le ennesime marchette.
    Molti man non tutti. Questo è ciò che ci dà qualche speranza verso un futuro più meritocratico.

  7. Dopo le regole sul “perché non si dovrebbe scrivere”, questo dimostra quanto in Italia sia preso nel modo sbagliato il mondo della scrittura e dei libri.
    Bell’articolo, su cui ci si potrebbe parlare per ore. 🙂

  8. Vogliamo aggiungere che moltissime case editrici, non solo le piccole, sono in perenne perdita? Che ci sono faccende assolutamente poco chiare tipo la gestione dei resi e lo smaltimento? Che c’è un livello di precariato e di lavoro nero da mettere i brividi?
    Non parlo della Wild Boar, sto parlando di una pletora di operatori (grandi e piccoli). Conosco un pò di persone che sono nel mondo dell’editoria e nessuno (ripeto: nessuno) di loro manca di raccontarmi cose assurde.

    1. E allora perché tacere su certe associazioni culturali che fanno pagare ebook in PDF oltre i 10 euro? Cosa dichiarano poi al Fisco? Non che i guadagni siano così grandi, ma si fa in fretta a tirar su 1000 euro. I sistemi li conosciamo bene…

      1. Io di tacere non ne ho voglia. 🙂
        Le associazioni senza scopo di lucro fanno prestissimo ad abbattere i profitti con gli acquisti di beni strumentali, l’affitto della sede, le utenze e simili. Se pensi che una licenza per un programma serio costa 3-4000 euro si fa presto. Poi magari lo usi per fare altre attività ma questo è già altro, vero?

    2. Ci aggiungo anche quelle copie stampate e non dichiarate in SIAE per cui lo scrittore non viene pagato in quanto diciamo che si tratta di copie fantasma…
      Sto parlando di un grande editore e no…ahime non è fantascienza!

      Cily

  9. Non riesco a ridere.
    Ho passato la serata di ieri a discutere con mio fratello della sua agenzia di promozione musicale.
    Che è un po’ per la musica dal vivo ciò che l’editoria è per i libri.
    E ritrovo, fatte le debite proporzioni, ogni osservazione fatta ieri sera, qui nei dieci punti di Luca Volpino.
    Non è più possibile svolgere una attività “culturale” ( forse dovrei dire “intellettuale”?) in questo paese.
    L’ambiente è a tal punto decaduto e compromesso, imbastardito e fragile, a tal punto saturo di cialtroni, venditori di fumo e fanboy assatanati, che qualsiasi discorso serio ha solo un risultato: la bancarotta.
    Col paradosso che di solito ad andare a gambe all’aria sono strutture costruite con passione, e dotate di tutti gli “assets” (buon catalogo, esperienza, contatti…)
    Ciò che manca è l’opportunità, lo spazio, una pausa di pochi secondi nello straripante egocentrismo di tutti – perché per qualche motivo, sono tutti in competizione con tutti gli altri, persino i fan tra di loro.
    Se la scelta è guadagnare entrambi o esser certi che se non guadagno io non guadagni neanche tu, allora non ci sono dubbi… se la scelta è costruire insieme qualcosa di solido o non fare nulla in modo che io possa criticarti perché non fai nulla, la scelta pare essere sempre e solo una…

    Ieri sera ho sentito mio fratello avvilito e carico d’amarezza.
    E stamattina non riesco a ridere.

  10. Ho lavorato per qualche anno in ambiente musicale, proprio come addetto stampa/promotore. La situazione è molto simile a quella editoriale. Girano più soldi, ma c’è ancor più veleno.
    Si pensa a distruggere la concorrenza, non a lavorare in squadra.
    I discografici, ancor peggio degli editori, sono pronti a mollarti al primo passo falso.
    Chi organizza concerti pensa solo al rendiconto, spesso obbligando gli artisti a lavorare in modo pessimo.
    Nel mondo delle public relations si è amici fin quando c’è reciproca convenienza, poi si fa in fretta a diventare addirittura nemici. Maldicenze e pugnalate alle spalle solo ordinaria ammistrazione.

    Obiettivamente credo sia difficile interagire in settori di questo tipo. Difficile e poco produttivo. Anche a livello economico.
    La concorrenza spietata può funzionare su mercati più vivaci ed estesi. Da noi è una ricetta che fa acqua da tutte le parti. E si intestardiscono a non capirlo.

  11. Esperienza vissuta, davvero. Compresi gli amici persi di vista perché non hai pubblicato i loro lavori, quelli che ti hanno tolto il saluto perché non hai afferrato la profondità della loro arte, quelli che ti accusano di voler fare come i grandi editori… I librai che non pagano o quelli che chiudono senza avvisarti… quelli che vogliono lo sconto del 50% «perché te ne ordine ben tre, perbacco!»… la stampa che ti ignora, le librerie on line che ritardano i pagamenti… Eppure, come giustamente scrivevano, non si riesce a smettere. Tra un po’, fortunatamente ci penserà la storia : (

  12. Purtroppo la brutta nomea degli editori è data dall’immagine, purtroppo vergognosa e piena di quelli stereotipi a cui fanno riferimento i 10 punti, dei grossi editori manopolizzatori del mercato. Purtroppo l’infamia dura sempre un pò più a lungo…
    Spiace che di questa situazione facciamo le spese i pochi (si fa per dire) che lavorano con dedizione e serietà….
    Per quanto riguarda gli autori….quoto tutto…purtroppo in molti nasce la supposizione di essere dei novelli Dickens, unita a una arroganza manifesta e fastidiosa.
    Questo però è dato da una cattiva educazione sempre più diffusa….purtroppo… 😉

  13. Io butto lì un’ipotesi… ci hanno a tal punto lavato il cervello con la storia del successo a tutti i costi, che ci indispettisce anche il moderato e sudatissimo successo altrui.
    Siamo una cultura di sabotatori.

  14. Aprire una casa editrice oggi é follia pura. Nel cartaceo chi prova a scavarsi una nicchia di solito si scava la fossa. Nell’ambito ebook, prima o poi, non si potrá sfuggire dal modello di self-publishing inaugurato da amazon.

  15. Ho riletto tutti i commenti, compreso il mio e la sensazione di tristezza , non ha fatto altro che aumentare.
    Dico tristezza perchè non solo condivido e riconosco come esatti la totalità dei commenti ma nache perchè non riesco a trovare spazi nel nostro paese sia per chi cerca di essere editore (o comunque addetto ai lavori )in maniera seria sia per chi cerca di scrivere in maniera seria.
    Ma non potrà essere sempre così, vero?
    O no ?

    1. Chissà… Il nostro paese è il più tartassato di tasse in assoluto, così qualsiasi attività ti metti a fare in proprio non puoi farla bene se vuoi tenerla aperta a lungo e forse nell’editoria/scrittura ce ne accorgiamo più che altrove.

  16. Secondo me il Volpino non è un volpone. Probabilmente avuto delle fregature spaventose o per incompetenza personale (guardate alcune copertine dei libri del suo sito e ditemi se sono leggibili i titoli, certi aspetti come la leggibilità quando fai libri sono dovuti e sacrosanti) e vuol rendere un discorso personale universale. Qualche esempio degli sbagli che si comprendono in 3 minuti di prove sul sito.

    http://www.negoziofree.com/wildboar/ clicchi sull’immagine del libro e si apre un pop up che invece di ingrandirlo lo lascia alla stessa grandezza. Quindi a che serve aprire un popup che non ingrandisce la copertina.

    e-commerce con password e login mi sembra una scelta a dir poco suicida perché dovrebbe sapere che il 70% dei nuovi lettori scappa quando deve effettuare troppi passaggi.

    nello spazio ricerca metti il nome di un manuale dei tanti e escono tutti i libri quindi che ricerca è?

    nella homepage appaiono dei libri senza link per comprarli, devi entrare nel catalogo, non mi sembra una scelta furba.

    Forse prima di sparare a zero dovresti somministrarti overdosi di autocritica e forse migliorerai.

    Adesso sbranatemi pure, vi vedo quasi tutti concordi col Volpino, la critica fa male e farà sempre male se non si sanno i corretti limiti delle proprie competenze e talenti.

  17. Ciao Delio,
    innanzitutto grazie per avermi segnalato i difetti del nostro negozio provvisorio. Di molti ero già al corrente, altri non li avevo presenti.
    Anche se non è scritto chiaramente da nessuna parte, il negozio è un servizio esterno provvisorio, che stiamo utilizzando mentre ricostruiamo il sito; abbiamo preso per questo un servizio gratuito, non per risparmiare (in fondo il costo non era così alto) ma per non “legarci” per un anno a qualcosa che alla fine doveva durare solo qualche mese. Come tutti i servizi gratuiti, però, ha i suoi difetti.
    Fortunatamente ci sono persone come te (non sei stato l’unico a segnalarci i problemi), e questo ci aiuterà a migliorare il servizio finale. In fondo siamo editori, non programmatori…
    Ti faccio solo notare che il “decalogo” (che voleva essere ironico, non di autocommiserazione) non ha molto a che vedere con i difetti del negozio online (anche se capisco che tu possa vedere il negozio online come “manifestazione”). Per ora, e per fortuna, il grosso delle nostre vendite avviene tramite i negozi specializzati in giochi, che non hanno problemi a “mostrare” le copertine in real size!
    Qualsiasi altro consiglio tu ci voglia dare sarà gradito.

    Luca Volpino
    Wild Boar Edizioni srl

  18. Bene son contento che tu non l’abbia presa male, basta inserire nel sito che è provvisorio e già il navigatore comprende che per voi è una lavorazione e non la versione definitiva. In bocca al lupo!

  19. Ci mancherebbe, caro Delio, qui siamo tra individui civili (cosacchi, ma civili… Quando mangiamo i bambini lo facciamo con coltello e forchetta!).
    La discussione è ben accetta, e penso che il padrone di casa sia d’accordo con me che sia il modo migliore di sviluppare civiltà.
    E poi c’è sempre da imparare, no?

    A proposito di discussione e civiltà, così, come aneddoto personale, ricordo che qualche anno fa ero contrario agli ebook (a mia difesa: era prima di tablet e Kindle, quindi era un po’ più ragionevole come posizione…).
    Poi, discutendo con un amico, scambiando esperienze, vedendo un “vero” ebook (è stato uno dei primi possessori di Kindle, perlomeno in Italia) ho ovviamente cambiato idea. Ora sono convinto che l’ebook sia una delle strade su cui si evolverà la pubblicazione (non necessariamente l’editoria…).
    Come ho scritto altrove, se mi manca il profumo della carta annuso un kleenex 😉

    Luca Volpino

  20. Si. Quello che vi pare. Ognuno ha i suoi problemi.
    Quello che non accetto è che se porto un dattiloscritto a un editore, quello fa finta di leggerlo e poi mi dice “si te lo pubblico, ma dammi 3000 euro per la prima edizione”. Dopodiché mi si fa firmare un contratto con il quale io, scrittore, autore e a questo punto finanziatore dell’opera ci guadagno una percentuale ridicola a copia venduta. Non che ci sia il pericolo di vendere delle copie perché dopo avere firmato il contratto e sborsato tot-mila euro la casa editrice non farà nulla, e dico NULLA per pubblicizzare il tuo libro, e tu non vedrai MAI il tuo libro in vendita in un negozio.
    L’editoria in Italia non è morta, non è stata uccisa, non è sfortunata. L’editoria in Italia SI E’ SUICIDATA.

  21. E perché stare zitto? mica sto in televisione, posso dire quello che voglio.
    Sto parlando della Gruppo Albatros Il Filo. Andatevi a vedere la loro home page, e come ti esortano a mandargli i tuoi lavori.
    Vi segnalo anche questo video

    in cui questi magnaccia vengono sputtanati difronte a tutti. In poche parole hanno mandato un finto libro risultato di un collage di altre pubblicazioni, e ovviamente gli è stato risposto che la casa era disposta a pubblicare il loro lavoro, previo solito contratto.
    Adesso non mi permetto di giudicare l’autore di questa divertentissima lista, che sicuramente è una persona onestissima e volenterosa, ma la situazione dell’editoria è anche (e soprattutto) questa. Va detto.

  22. E finisco dicendo (scusate ma l’argomento mi fa infervorare di brutto) che mi piacerebbe tanto mandare il mio dattiloscritto a una casa editrice e sentirmi dire “non ci interessa, ci ha fatto schifo, cambia mestiere, datte all’ippica, fatte monaco, attaccate ar cappio, fai come te pare ma non scrivere mai più nulla in vita tua ti prego!! …distinti saluti, la redazione” piuttosto che farmi prendere in giro in questo modo.

  23. Ma nessuno di voi si è domandato se alla base di questo problema non ce ne sia uno più strutturale – molto più dei luoghi comuni tipo “eh i grandi editori sono soltanto imprenditori”? Per esempio, avete considerato il fatto che in Italia la gente legge poco o pochissimo?
    Detto questo, anche i grandi editori del passato come Einaudi, Laterza, Mondadori, Bompiani, ecc. sapevano bene che anche l’editoria è un’industria e da che mondo e mondo un’industria –per quanto atipica come quella editoriale – deve sottostare alle leggi del mercato.

    1. Non c’è niente di male nell’industria in se. Non ho mai sopportato i discorsi da liceale “eh no perché è commerciale”. Il commercio è alla base della società, non è questo il problema. Sono d’accordo, in Italia si legge poco, ma quando un’industria è malata i suoi frutti non vengono colti, molto semplice.
      Non è che la gente non legge perché è ignorante, la gente semmai è ignorante perché non c’è vita culturale per le grandi masse!
      Solo di recente stanno aprendo anche in città come Roma caffè letterari e simili, ma i comuni non danno più fondi, non incoraggiano e anche l’istruzione di base non insegna il valore della letteratura.

  24. Per quanto mi riguarda, non posso trovarmi pienamente in accordo con quanto lei scrive.
    Condivido in parte, ma solamente perché siamo in una situazione di congiuntura economica sfavorevole, il punto uno; ma solamente in parte, perché così com’è vero che esistono case editrici sfortunate, esistono anche quelle fortunate, e la fortuna in questo caso la fa la bravura e la passione. Una casa editrice che nasce per pubblicare “ragazzine brufolose che cercano di piazzare la loro tri-penta-decalogia fantasy”, oppure che spunta dal nulla perché costruita da uno scrittore bravo, bravissimo ma rifiutato da una decina di altre case editrici, non può che finir male. Molti imprenditori intraprendenti conoscono un solo modello, quello di Mondadori, e si persuadono che una casa editrice debba pubblicare tutto: poesia, narrativa, horror, libri di cucina, romanzi storici, romanzi rosa, d’amore, erotici, e chi più ne ha più ne metta. Ma non è così. Mondadori è frutto di un cammino culturale (poi diventato imprenditoriale/economico) lungo anni.
    Non è con la filosofia dei “dieci motivi” che si deve aprire una casa editrice, senza sapere che cos’è una collana editoriale, cos’è una linea editoriale, chi è il redattore, l’editore, l’editor; senza sapere cos’è la legge 633 sul diritto d’autore, come funziona il discorso delle percentuali, dei resi, dei compensi, quanto si deve pagare isbn e cos’è l’isbn.
    Con questa filosofia hanno aperto le cosiddette “case editrici” dedite all’EAP, ossia Editoria A Pagamento, prassi italiana, grazie alla quale solo in Lombardia abbiamo la stessa quantità di editori di tutta l’Inghilterra. Case editrici che truffano la gente chiedendo del denaro in cambio di FINTE promesse di tiratura da best seller, nelle quali trovano spazio anche le ragazzine coi loro fantasy e gli amici degli amici bravi ma molto bravi e compagnia bella. Per queste cosiddette case editrici il punto nove non vale: tanto è lo scrittore che paga.
    Non è l’idea di metter su una casa editrice che decreta il susseguirsi dei “dieci motivi”, ma è l’intenzione con la quale si vuole aprire tale attività. Posso tranquillamente metter in piedi una casa editrice finalizzata alla diffusione in Italia di opere di scrittori albanesi di inizio novecento magari scelte da letterati albanesi contemporanei (ho scelto periodo e nazione a caso, sconosciute in Italia dal punto di vista letterario) e non avrò a che fare con ragazzine brufolose, amici di amici o persone brave, ma proprio brave. Avrò la mia linea editoriale, un catalogo di qualche titolo scelto bene e il mio bel giro di vendite e non mi creerò inimicizie di sorta.
    Quel che conta, come in tutti i lavori, è la passione. Se manca quella: non intasate ulteriormente il mondo dell’editoria, perché per voi l’insuccesso è assicurato.
    Grazie

    1. caspita che mondo. Volevo fare anche lo scrittore, ho pubblicato due libri 2011 e 2012. Volevo pubblicare il terzo, roba seria, dal titolo EDIFICABILITÀ BENE COMUNE, ma penso che ascolterò il mio amico che mi ha detto: ma chi cazzo te lo fa fare? 

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