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Chi decide il mercato dei libri?

Parlando di Harry Turtledove nel dossier pubblicato qualche settimana fa, non ho potuto fare a meno di notare un’anomalia tutta italiana: zio Harry scrive di argomenti bizzarri e poco commerciali, eppure in Italia ha venduto una fracca (termine contabile) di libri.
Storia alternativa, fantasy maturo e fortemente ritagliato su situazioni geopolitiche realmente esistenti, guerre mondiali in cui la parte “action” si limita a due/tre capitoli in volumi di 600 pagine. Ancora: eroi poco eroici, sottilissima distinzione tra buoni e cattivi, umanizzazione frequente di questi ultimi, POV spesso affidata a gente comune e non ha guerrieri, generali, grandi maghi etc etc.
Vorrei vedere cosa succederebbe se la controparte italiana di zio Harry, diciamo il signor Enrico Tartarugacolomba, si presentasse a un qualsiasi editore con una storia fortemente caratterizzata dagli elementi appena citati.
Se il mercato è conservatore come appare, verrebbe cestinato subito.
A questo punto però la domanda viene spontanea: chi determina il mercato dei libri?

A vedere i titoli che abbondano nei megastore vien da pensare che i maggiori compratori siano gli adolescenti (con una netta maggioranza femminile, almeno credo) affezionati ai noti filoni: vampiri, cloni di Harry Potter, paranormal romance etc etc.
Ok c’è anche Fabio Volo e il fabiovolismo, ma non mi spingo così in là e tengo la linea di galleggiamento un po’ più alta.
Dunque ragioniamo su questo unico dato appena enunciato: le vendite dei libri in Italia è una faccenda strettamente legata alle voglie del pubblico young adult?
Se è pur vero che la percentuale dei giovani lettori è aumentata di circa il 2% nell’ultimo anno, c’è da dire che tutto il mercato dell’acquisto online, ebook compresi, pende a favore di chi ha un’età mediamente più alta.


In Italia si legge poco, questo lo sanno anche i sassi. Eppure ci sono statistiche non ancora prese in considerazione e che vale la pena citare. Cresce per esempio il numero di chi impara a leggere in inglese. Come faccio a saperlo? Fatevi un giro su molti blog linkati a Plutonia e troverete sempre più recensioni di libri in lingua originale.
Cresce anche l’attenzione verso le autoproduzioni, specialmente quelle distribuite a costo zero, e quindi difficilmente inquadrabili nella casistica.
Un esempio valido è senz’altro Girlfriend from Hell dell’amico Germano, che è stato letto e scaricato molto più di tanti bestsellers dell’editoria “alternativa”. Altro esempio è Samuel Marolla, autore che è fuori dai radar dei social network ma che si sta creando una robusta base di fans attraverso il passaparola.
Tutta gente che, per dirla tutta, non scrive di cose che una casa editrice a diffusione nazionale pubblicherebbe.

Altro esempio: Francesco Dimitri è uno dei più validi giovani autori italiani nel campo del fantastico. Pan è un romanzo riuscitissimo, al contrario di Alice, che mi è piaciuto assai meno. Ma qualche passo falso non pregiudica il talento di Dimitri. Anche lui scrive in un modo che non può accomunarlo – anzi lo distingue nettamente – dalla marmaglia fantasyromantica dilagante. La cosa più interessante è che questo suo essere un’anomalia gli permette comunque di vendere, e di vendere bene.

Sicuri, davvero sicuri, che vendano solo i vampiri? Dicevano lo stesso degli zombie, cinque o sei anni fa. “Gli zombie sono morti” (ok, suona un po’ ridicolo). Sicuri che non venderebbe una buona fantascienza, dello steampunk fatto bene, l’ucronia all’italiana, la fantapolitica e tutto il resto? O semplicemente vogliono che sia così perché rischiare non interessa a nessuno? E dire che basterebbe un’indagine di mercato e un’oculata disamina del panorama anglofono. Roba che, tra l’altro, si trova già pronta su alcuni blog. Almeno lo sforzo di leggerli, Santo Cielo!
C’è anche da dire che tanti, troppi progetti fatti solo per seguire una moda (mi viene in mente ancora lo steampunk), ma privi di sostanza e di vera qualità, ammazzano il settore ancor prima di ragionarci su con calma. Se però una brutta antologia “all’italiana” non vende, questo non vuol dire che lo steampunk in generale non interessi ai lettori. La qualità paga sempre e la si fiuta anche se si è profani totali.

E dire che una volta la Editrice Nord, Fanucci e altri portavano qui da noi titoli quasi all’avanguardia rispetto alle correnti narrative internazionali.

Proprio Sergio Fanucci, intervistato settimana scorsa dalla bella trasmissione Wonderland (Rai 4), declamava con estrema sicumera la morte della fantascienza. Non solo: in dieci minuti non è riuscito a citare un autore più moderno rispetto al pur geniale P.K. Dick. In compenso è riuscito a fare una considerazione davvero retrofuturista: “attualmente la fantascienza è più indirizzata verso il Cyberpunk”. (Citando per sommi capi.)
Farsi un giro sul catalogo internazionale di Amazon potrebbe essere illuminante, caro Sergione.
Se il mercato lo influenzano editori così meglio prendersi una bella pillolina di cianuro.

40 risposte a "Chi decide il mercato dei libri?"

  1. Il problema va in due direzioni; la prima è data dalla scarsa base di lettori, indice di un paese scarsamente acculturato e tendenzialmente ignorante, la seconda dalla pochezza di un mercato ancorato mani e piedi a schemi vecchi di almeno vent’anni. La crisi economica e il lento disvelarsi del fenomeno e-book faranno scomparire (o ne ridurranno le dimensioni) molte case editrici, impoverendo ancora di più l’offerta. Guarda caso, da dove sono venute la maggior parte delle proposte di qualità di questi anni? Dai piccoli operatori, proprio quelli più fragili che stentano a mantenersi tra costi strutturali e poca visibilità.
    Guardando avanti la chiave potrebbe essere nel superamento del digital divide e nella diffusione dei formati elettronici (a partire dalle scuole). Una volta pareggiata la bilancia dei costi strutturali la competizione si dovrà fare sui contenuti e lì ci sarà da ridere. Quadro futuribile ma non troppo, parlo di cinque anni al massimo.

    1. Ecco, parliamo di questo mercato fermo a strategie vecchie di almeno 20 anni. Le uniche innovazioni importate dall’estero, a livello di titoli e di tendenze, sono quelle di minor spessore, indirizzate a una fascia di lettori che alla fine forse non fa la differenza quanto pensiamo.

  2. Io credo che ci sia un problema di fondo, che riguarda l’ Italia in particolare. Non a caso, gli autori nostrani che hai citato (a parte forse il caso di Pan) sono quasi tutti di nicchia e le tendenze migliori vengono sempre dall’ estero.
    Dedicarsi alla narrativa di immaginazione in questo paese è proibito da non si sa quanti secoli. Noi siamo obbligati al realismo a ogni costo. E quindi i lettori devono rivolgersi alle pubblicazioni in inglese, e chi invece vuole scrivere è destinato a una vita di stenti e privazioni.
    Ma forse, le autopubblicazioni e i piccoli operatori di cui parla anche Angelo potranno rappresentare, in futuro abbastanza prossimo, una specie di ancora di salvezza. E tuttavia bisognerebbe incidere in maniera radicale sulla mentalità. Il che è al di là delle umane capacità.

    1. Come sai concordo con te riguardo all’antipatia che gli italiani covano nei confronti della narrativa fantastica.
      Tuttavia mi piace pensare che le nuove generazioni cambieranno il passo. In fondo la blog sfera italiana, per dirne una, è lo specchio di una gioventù che non è più fatta solo di “Amici” e di Moto GP.
      Non saremo mai una maggioranza (forse nemmeno una corposa minoranza), ma mi piace pensare che si consoliderà uno zoccolo duro di nuovi sognatori, con il coraggio e la dignità di dirlo senza badare al giudizio altrui.

  3. Penso che molto sia legato ad un principio che è puramente della psicologia umana: la voglia di novità. I vampiri “sono finiti” perché hanno rappresentato una novità nella massa (non parlo di quelli che hanno allietato le letture nel secolo scorso), e in particolare in quella giovanile. Prosciugato il filone e cresciuti, com’è nella natura delle cose, i virgulti diventati ormai 30enni, il mercato (come preconizza Angelo) andrà ad esaurirsi. Gli ultimi 20 anni sono stati un mercato della “moda letteraria”, perché è l’editoria che ha perso ogni altro stimolo che non sia quello puramente economico; perché a sua volta è la società stessa che si è formata così; e ne stiamo subendo le conseguenze proprio ora: non abbiamo basi per la crescita, così come non sono state messe le basi per un’offerta narrativa valida. Secondo me non è un caso che la Newton Compton stia ristampando i classici (compresi horror, gotico, ecc.) riproponendoli ad un prezzo più che accessibile. Chissà che quest’operazione, sicuramente commerciale, eh!, non riavvicini alla lettura e possa creare nuovi utenti.

    1. Eppure anche i classici rischiano di diventare una trappola.
      Vedi Lovecraft, che io adoro, ma che ci viene propinato in antologie fotocopia da quarant’anni a questa parte, ignorando invece tutto il “lovecraftesimo” narrativo nato da questo specifico autore.
      Secondo me ciò che manca ai nostri editori è la volontà di aggiornarsi e di assumere persone competenti nei vari settori. Il che, per dirla tutta, è gravissimo.

  4. Condivido quello che ha detto angelo.
    Il problema di fondo è quello che le case editrici vengono viste come aziende che devono fare degli utili. Dal punto di vista degli editori non li si può nemmeno giudicare per questo.
    Il problema del rischio è influenzato proprio da questo. Siccome devono fare soldi, alla fine, è meglio non rischiare e mandare sul mercato cose (no, non riesco a chiamarli libri :D) che riescono a vendere.
    Come ha detto angelo, il tutto è legato ai costi di produzione dei libri e tutto dovrebbe cambiare quando l’ebook prederà meglio piede nel nostro paese.
    I costi verranno abbattuti, non ci sarà rischio di perdite di denaro e gli editori non rischierebbero nulla pubblicando qualcosa di innovativo.

    1. Ti ripropongo la domanda che ho fatto qualche commento più in basso: mi pare evidente che siano aziende fallimentari, visto che vendono sempre meno. E quindi? Non riescono a immaginare che stanno sbagliando proposte, tempi e strategie?

      1. Perché allora, mi viene da pensare, che siano proprio loro il problema.
        La loro mentalità non combacia con il potenziale mercato attuale e loro non se ne accorgono nemmeno.
        Ci vorrebbe un’epurazione si vertici. (non per forza Epurazione fisica xD)

  5. Cribbio, il cyberpunk è di moda? Qualcuno è rimasto agli anni ’80… XD povero Sergione! Comunque le nostre letture simbolizzano il nostro modo di essere italiani: fossilizzati, avversi al cambiamento, timorosi delle novità, troppo pigri per cercare alternative. Se non leggessi in inglese mi sarei perso… beh, più o meno il 50 % dei libri nei miei scaffali.

    1. Eh sì, e sei anche stato generoso in quel 50%…
      Comunque mi fa incazzare che buona parte dei lettori italiani sia destinata a perdere certi ottimi lavori solo perché qui il settore è in mano a dei dinosauri putrefatti.

  6. Anch’io penso che i grossi editori non vogliano assolutamente rischiare.
    Inoltre ho notato una certa diffidenza verso i lettori alternativi, quelli che cercano cose nuove e diverse. Probabilmente una massa di lettori uniformati ispira maggior fiducia all’editore perché la reputa più accontentabile (un po’ come il pubblico generalista merdaset: meglio i 95 che guardano il grande fratello che i 5 che preferiscono film di nicchia).

    1. In linea di massima l’uniformità fa sempre comodo a chi comanda. Vale anche per la politica, l’economia, la morale comune (comune a chi?). L’editoria, che pure potrebbe e dovrebbe rappresentare un’anarchica eccezione, da noi è più piatta dell’encefalogramma di un cadavere.

  7. Condivido quello che dicono Angelo e Ariano.
    Comunque Sergio Fanucci questa cosa la sostiene almeno da vent’anni, e in questo fa il paio con i connettivisti che da almeno lo stesso periodo temporale rifanno il Cyberpunk in tutte le salse. Ora considerando che in America il Cyberpunk (lui sì) è defunto mi viene sempre più da pensare a un mondo editoriale chiuso e avviluppato su sè stesso senza volersi rendere conto che il Mondo e la letteratura di genere con esso, là fuori è cambiato.

    1. Non me ne vogliano i connettivisti, ma sono anni che li vedo più impegnati a trovare una definizione che calzi al loro movimento, piuttosto che non a proporre materiale per un vero balzo qualitativo.
      Per il resto hai piena ragione su tutto. La nostra editoria è come l’economia della Corea del Nord, ferma ancora ai piani di sviluppo degli anni ’50.

  8. Quanta carne al fuoco!

    Comincio con Turtledove – Turtledove è una eredità degli ultimi anni della Nord di Viviani.
    La Nord di Viviani praticava quello che potremmo chiamare un mercenariato di qualità – guardava chi vendeva di più in USA, chi rastrellava più premi, e lo opzionava… anche se non piaceva al padrone (Viviani dichiaratamente odiava molti degli autori che vendevano di più).
    In questo modo abbiamo importato e letto Turtledove, Eddings, la McMasters Bujold e persino Gibson.

    Oggi la tendenza è diversa, forse perché a curare le collane non sono più astuti mercenari ma o appassionati magari in buona fede (che adorano Conan, e te lo ristampano a manetta) o gente “che conosce il mercato” e non vuole rschiare un centesimo (e allora visto che i ragazzini leggono, li stramazziamo di cloni di ciò che gli è piaciuto).
    E probabilmente ci sono meno soldi – per cui opzionare un autore con le palle (lista di suggerimenti disponibile su richiesta) costa di più che commissionare a mercenari un romanzello per 800 euro netti

    Sorvolo sugli autori italiani, che non conosco (anche se questo Girlfriend from Hell suona interessante, magari prima o poi lo scarico e lo leggo).

    Il delirio di Fanucci in TV (in efetti una replica – aveva già delirato un paio di mesi addietro) se da una parte è comprensibile dal punto di vista del marketing (possiede tutto Dick, deve vendermi tutto Dick) dall’altra mostra il grosso problema dell’appassionato, anche in buona fede e rispettabilissimo, che semplicemente è fermo ai bei vecchi tempi.
    Scordandosi che per la fantascienza i bei tempi sono il futuro.

    1. Accetterei lo scambio con nuovo mercenariato di qualità, purché guardi oltre il young adult spacciato qui da noi per “horror” e “fantasy”.
      Guardare al mercato estero e porsi delle domande del tipo “dovrei pubblicare questo tizio che in America ha venduto 200.000 copie?” dovrebbe essere il punto di partenza di ciascun editore. Simpatie e antipatie sono assolutamente marginali.
      Diamine, non possono gestire un’impresa con la mentalità da fanzine!
      E si chiedano anche perché quei nomi lì che hai citato tu negli anni ’80 e ’90 vendevano bene e rimanevano sugli scaffali per mesi. Non si può sempre ridurre la questione a “tanto gli italiani non leggono”.

  9. d’accordissimo su Fanucci, mi dispiace che sia sparito un autore che aveva qualcosa da dire, Giacomo Gardumi, tra l’altro lo sento su f.b. ogni tanto e mi ha mandato dei racconti brevi mai pubblicati, molto migliori dei 2 libri pubblicati finora, ma credo che abbia mollato la scrittura, almeno per ora, a me piace molto Poropat, oltre che a Marolla,e
    il nostro ospite, off course..e..mi pare che non ci sia molto altro in Italia.Torno su Jeff Long, ed insisto, perchè secondo me ha veramente una marcia in più di altri, ma in Italia non lo vogliono.( se trovate Discesa all’inferno leggetelo assolutamente..).boh..misteri della fede..

  10. A Fanucci bisognerebbe chiedere, se la Fantascienza è morta, perché ha deciso di ripubblicare tutta la saga di Dune, e quella di Hyperion (quest’ultima, il primo volume è già introvabile… per lo meno a Bologna… e mannaggia a me che non sono andato subito a comprarmelo!).

    Più in generale, credo che in Italia gli editori vadano avanti col paraocchi. In primis propongono solo titoli che hanno fatto il botto all’estero, e di secondo achito, tra questi tagliano i testi che osano di più… probabilmente perché non hanno fiducia nei lettori.
    Non è un caso che Dimitri ha avuto difficoltà col proprio editore e ha dovuto autopubblicarsi in ebook… :-/

    Quindi? Secondo me tirano la monetina in aria, e a volte decidono pure di fare il contrario di ciò che la moneta dice! Se c’è un progetto editoriale, be’… questo è piuttosto oscuro.

    1. Usato sicuro!
      Poi, quando gli appassionati si stuferanno di comprare l’ennesima ristampa di Dick o Asimov, quando si romperanno di acquistare inediti, bizzarri reboot scritti da figli e nipoti, magari questi editori si troveranno col culo a terra.

      Dissento però riguardo al fatto che i nostri editori guardino ai best-seller stranieri. Forse avviene per la narrativa mainstream, ma per quella di genere sono fermi a 15-20 anni nel passato.

  11. Una domanda a tutti quelli che sostengono (giustamente) che gli editori sono prima di tutto imprese e che quindi devono fare soldi: mi pare evidente che siano imprese fallimentari, visto che vendono sempre meno. E quindi? Non riescono a immaginare che stanno sbagliando proposte, tempi e strategie?
    In un’impresa normale dei fallimenti di questo genere vedrebbero molte teste cadere.
    Ma troppe case editrici italiane sono patriarcali, danno e piaga del settore (una tra le tante).

  12. La stragrande maggioranza delle case editrici è in perdita secca e mantengono i bilanci in nero con partite di giro sui resi, con la valutazione del magazzino e con i diritti / royalties (spesso gonfiati). In pratica il venduto del 2011 ha coperto le perdite del 2010 (quando è andata bene) e si spera che il 2012 copra il 2011 e così via. Il resto lo fanno i contributi statali / europei, erogati in modo discutibile e la commistione profonda dei grandi gruppi con realtà da edicola o associate ad altri media. In un gruppo societario fa sempre comodo avere una o più imprese in perdita per abbassare l’utile consolidato e pagare meno tasse…

  13. Se io non riesco a gestire come si deve la mia cartoleria, non posso andare dallo stato a dire: mi dispiace, è andata male. Ma le mie tasse le devo pagare ugualmente e se non posso pagare i debiti, chiudo la saracinesca. Le case editrice, come diceva Angelo, usufruiscono degli aiuti statali. Perciò, visto che sono un’azienda come un’altra, posso giocare come vogliono. È sempre il discorso che a loro interessa far cassa, non importa che producano mattoni o libri; e se la cassa non si può fare, paghiamo noi cittadini, con le nostre tasse. Un po’ come i giornali di partito.

  14. Pagina dolente, quella delle tasse.
    Editori (di libri e di giornali) han sempre fatto categoria a sé. Ogni volta che qualcuno minaccia di togliere i loro privilegi frignano riguardo alla libertà d’espressione e alla divulgazione della cultura.
    Salvo che poi, approfondendo il discorso, viene da mettersi le mani nei capelli.

  15. Sono sostanzialmente d’accordo con gli ultimi due commenti di Angelo e Temistocle. In più sottolinerei quel pizzico di mancanza di meritocrazia che tanto contraddistingue il nostro paese negli ambiti consolidati. Insomma, sappiamo un po’ tutti come funziona l’editoria, quanto contino gli amici degli amici, il “io faccio una recensione a te e tu fai una prefazione a me” (magari senza neppure leggere il libro ma così, sulla parola o con una cartelletta stile bignami). Si sono visti in giro fenomeni di piaggeria da far rabbrividire.
    Solo che l’editoria cartacea non si è ancora accorta di essere obsoleta. Nelle idee, nel ricambio generazionale, nell’idea che hanno del mercato e delle sue potenzialità, nell’idea di fare azienda ma fuori dal mercato, con tutti i paracadute del caso.
    Poi c’è senz’altro anche il discorso dell’uovo e della gallina: sono i gusti del pubblico che vengono intercettati dall’editoria o è l’editoria che plasma i gusti del pubblico? Se dovessi giudicare dal web direi che l’editoria prova a plasmare i gusti del pubblico ma, per fortuna, grazie al web e al mercato digitale non ci riesce. 🙂

  16. Il mercato editoriale è finito in mano a markettari (esperti di marketing) che pensano che i libri siano come le padelle. Vanno di moda le padelle di ceramica? Vendiamo quelle!
    Sono speranzoso che vengano spazzati via dal marcato digitale come è già accaduto per la musica.
    Vogliamo parlare delle case editrici che lavorano con i testi per la scuola? Dove ogni anno cambiano l’ impaginazione (non parliamo dei contenuti, per quello bisognerebbe lavorare) e ripropinano lo stesso libercolo a prezzo maggiorato.
    Oppure vogliamo parlare di quanto lucrano sui classici (La divina Commedia dovrebbe essere sempre la stessa) che ogni anno, complici alcuni docenti costringono a cambiare.
    Perchè non iniziare da qui la rivoluzione digitale invece di costringere dei ragazzini di 10 anni a trascinare chili di carta sostanzialmente inutile tutte le mattine a scuola?

    1. Di introdurre gli ebook a scuola ne sta parlando questo governo. Ovviamente ci sono fortissime resistenze da parte delle case editrici e del corpo docenti che, soprattutto alle superiori, svolge un ruolo di pubblicità a libri scritti da amici e colleghi.
      Ricordo per esempio il mio professore di Storia che ci faceva comprare delle antologie scritte da sua moglie… Semplicemente scandaloso.

  17. Premesso che odio il termine “di genere”, e che credo che la narrativa sia grossomodo tutta ugualmente valida da Dostoevskij ad Asimov (perché due russi? …boh), la vera morte del mercato è per la letteratura considerata “non-di genere”. Se non scrivi di maghi o cyborg oggi non troverai mai e poi mai spazio nel mercato, perché gli stronzetti pseudo intellettuali dalla puzza sotto al naso non potranno mai evitare di metterti a confronto con i “grandi” del passato.
    Secondo me è una questione di carattere. Io mi sento più realizzato nello scrivere una storia con una ambientazione “realistica”, che tratti e analizzi problemi della vita e della società, e questo non mi ha mai impedito di godere delle opere di grandi best sellerer della prosa “di genere” come Stephen King o Terry Pratchett, che leggo e apprezzo esattamente come le cosiddette “grandi opere” di Bukowski o Mishima (tanto per citare 2 tra i miei preferiti).

    …scusate se canto fuori dal coro ma è un rospo che mi sta in gola da tempo. Perché deve esistere un mercato che va bene per un certo tipo di letteratura e non per un altro? è davvero così netto il confine?
    è solo una riflessione che butto li così…

  18. Ci tengo a sottolineare che quando ho scritto il commento qui sopra ero considerevolmente brillo… confermo tutto quello che ho scritto, ma mi rendo conto di essere andato un po’ off topic.

  19. Ci tengo a sottolineare, che anche il commento successivo è stato scritto sotto l’effetto, se pure più lieve, di alterazione da alcolici.
    Ora, dopo circa 4 ore e mezza, credo di essermi riappropriato delle mie facoltà mentali.

    1. Questa tua tripletta di messaggi è fantastica 😀

      Per il resto… son gusti. Io, al contrario tuo, non riesco a scrivere storie senza il cosiddetto “elemento fantastico”, ma ovviamente mi piace leggerle, di tanto in tanto.

      Il punto sta che gli editori ci propinano comunque cagate, perché non hanno né criterio né competenza nel selezionare i libri da pubblicare. Vanno a spanne, e fanno male.

      Specifico che parlo da lettore, in quando a me non interessa assolutamente avere rapporti lavorativi con case editrici italiane e simili realtà.

      1. Come già scrissi in risposta a un post di qualche tempo fa, credo che il mercato dei libri (così come quello della musica, del cinema e via discorrendo) non stia morendo, bensì si stia suicidando.

  20. 2 considerazioni:
    1)è naturale che il genere più pubblicato sia quello romantico(Volo,Moccia,Harmony,vampiri fighetti ecc.).
    La ragione è il fatto che in italia le donne leggono e comprano libri molto più degli uomini.
    Poi bisognerebbe vedere se le ragazze preferiscano veramente i generi più sentimentali o se questo sia solo uno stereotipo(scommetto sulla prima).

    2)La lingua italiana la parlano solo in italia.
    L’inglese,lo spagnolo,il francese sono parlati in mezzo mondo ed il mercato è immensamente più vasto.
    Credo che il problema dell’editoria Italiana dipenda anche da questo.

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