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E tu lo chiami lavoro?

Questo post fa parte di un trittico di articoli, inaugurato con la recensione di ieri, riguardante la concezione del lavoro e, perché no, della vita stessa.
Niente discussioni di alta finanza o di welfare. Sono argomenti di cui capisco poco, su cui c’è molta retorica e di cui non amo parlare. No, qui parliamo dell’aspetto più filosofico della faccenda. Lascio agli altri, ai veri esperti, dedurre delle ricette pratiche e applicabili.
Si diceva ieri del cambiar lavoro per fare “quello che mi piace”. Quanti di voi hanno storto il naso? Ehi, anche tu, laggiù: lo vedo che sei smorfiato.
Vi è mai venuto in mente che, tempo permettendo, fate già “quello che vi piace”, solo che la miope interpretazione della società italiana moderna non ve lo riconosce come lavoro?
Come sempre mi espongo in prima persona, perché i discorsi generici lasciano il tempo che trovano.

Gestire il mio blog e il microcosmo che vi ruota attorno (il Tumblr, i social network -scevri della loro parte ludica, i progetti di scrittura collettivi etc etc) mi porta in via in media due ore abbondanti al giorno. Che salgono a quasi quattro (sempre quotidiane) nel week end. Parlo però di ritmi intensi, in cui si scrive, si risponde a mail e a messaggi, si programmano post anche da qui a un mese, in modo da essere sempre coperti. Ritmi assai superiori a quelli molto blandi dell’ufficio, in cui ogni scusa è buona e sacrosanta per distarsi. Nulla di straordinario: so che molti di voi hanno impegni simili, se non maggiori.
Citando però uno dei commenti più scemi mai ricevuti da quando bloggo: “Ma questo non è un lavoro! E’ come se uno pretendesse di essere pagato per ascoltare i suoi dischi preferiti“. Il che ci porta direttamente alla miserevole concezione del lavoro che ci hanno inculcato da generazione e generazioni: per guadagnare soldi devi fare qualcosa che odi, spezzarti la schiena e arrivare a sera possibilmente stravolto di fatica e sudato. Rigorosamente dalle 9.00 alle 17.00, altrimenti non è lavoro (come faceva notare ieri l’amico Davide commentando la recensione di Mollo tutto!)

Considerando che il lavoro porta via buona parte della nostra esistenza cosciente, trovo tutto ciò alquanto autolesionista, almeno a livello concettuale. Si lavora per vivere, è vero, ma ciascuno di noi ha il sacrosanto diritto di tentare un approccio più umano, utile e appagante con la professione che svolge. E’ diritto di tutti provarci, quantomeno. E’ diritto di tutti essere rispettato per la fatica e la passione che si dedica a un qualsiasi lavoro, manuale o intellettuale che sia. Anche quelli non pagati.
Qualcuno dirà: “il diritto stesso non è più un lavoro*, quindi di che stai parlando?” Come ho già detto, parlo per sommi capi. Non di politica, non di attualità né di economia. Cercate di ragionare in modo flessibile e seguitemi, se vi va.

Dando per scontato che il lavoro degno è soltanto quello classico, che risponde a precisi canoni, remunerato secondo idee datate e sempre meno al passo coi tempi, cancelleremmo per esempio tutto ciò che rappresenta il volontariato, ma anche chi fa sport a titolo amatoriale, chi opera nel sociale, etc etc. Eppure è anche vero che esistono elementi che la vedono così: qualsiasi cosa fuori dall’ortodossia lavorativa è una “soltanto una passione” e quindi, di conseguenza, è una perdita di tempo. Il che ci porta nell’infido vicolo cieco che tanto fa comodo ad alcuni: se nessuno paga certi lavori diventa una regola non farlo, e quindi si perde il diritto di chiedere dignità.
Insomma, è il classico cane che si morde la coda.

Un consiglio un po’ estremo. Forse.

Sapete quale sarebbe una soluzione – purtroppo inapplicabile? Sospendere per un mese ogni “passione” creativa e legata al volgarmente detto intrattenimento. Scrittura, fumetti, recitazione, musica, film… Sì perché noi sfigatissimi amanti della parola scritta ci lamentiamo, ma altrove non è che vada meglio, a eccesione fatta degli altissimi livelli.
Continuate a piratare dischi, a pretendere ebook (ma non vi facevano schifo) da eMule, a non pagare gli atleti. Continuate a non offrire spazi per esprimersi, né scuole, né facoltà dove imparare.
Volete anche il livello due? Eccolo: che scioperino anche gli “inutili” scienziati, che tanto si sa che certa gente studia solo per non lavorare. Fermate per un mese gli ingegneri informatici, quelli elettronici. I matematici che studiano “inutili” formule in università, quelli che tengono aperte le accademie di letteratura, spesso mettendoci dei soldi di tasca loro. Tanto è solo passione, no?
Chissà quanti cambierebbero idea…

Ho letto anche commenti sul tenore: “Già, fare quello ci piace… ma a chi piace fare il muratore?” Mi spiace sottolineare che si tratta di una critica stupida. Innanzitutto perché io non parlo mai per assoluti. Viceversa offenderei implicitamente chi un lavoro non ce l’ha, e non è certo mia intenzione farlo. Si discute poi nell’ambito di una società in cui gli alti e bassi ci sono sempre stati. Chiamatemi spocchioso ma preferisco rivolgermi a chi ha stimoli per guardare a migliorarsi e non a peggiorarsi. Né ad accettare supinamente quel che capita. Non per tutta la vita.

A settimana prossima con l’ultimo articolo a tema. Per i prossimi giorni si torna a tematiche più abituali.

* Lapsus che mi è stato fatto notare in sede di commento, ma che lascio così. Credo abbia davvero una spiegazione freudiana: ho studiato legge ma non ho mai professato, nemmeno per un’ora, un lavoro in questo ambito.

17 risposte a "E tu lo chiami lavoro?"

  1. Ti quoto: “Già, fare quello ci piace… ma a chi piace fare il muratore?”

    Ecco… forse è questo il commento più stupido. Non quello precedente. Ci sono persone a cui piace fare il muratore. Ti spezza la schiena, ma costruisce qualcosa, una casa, un riparo, per le persone. Fa qualcosa di tangibile per gli altri.
    A mio nonno piaceva fare il contadino, e credo gli piacesse fare anche il muratore, visto che mi ha parlato più volte di quel lavoro, e in quali costruzioni di Bologna lui ha lavorato. Produrre qualcosa di tangibile, che sia veramente utile agl’altri, anche se è un lavoro pesante, può anche piacere.
    Altrimenti come spiegare i medici che studiano l’apparato digerente, e soprattutto il retto? Eppure ci sono!
    Ogni lavoro ha la sua dignità. E al mondo, siamo tutti così diversi che tra noi ci può essere anche colui che ama studiare le feci degli elefanti… e non ci trovo nulla di strano (forse…).

    Ciò che soffoca è il sentirsi ammanettati quando si vuole tentare una strada differente. Proprio come affermi in questo post. Ho letto di un tizio, negli Stati Uniti, che perso il suo lavoro da impiegato, visto che era bravo a disegnare, ha messo su un mercato di magliette con su stampati i suoi disegni. Il fatto che poi sia tornato nella sede dove lavorava per far fuori il suo ex capo-ufficio è un’altra storia… ciò che è importante, immagino, sia il fatto che in quella società è possibile aprire una attività come quella delle magliette personalizzate, e viverci senza che nessuno ti guardi storto.

    Ciò che mi abbatte è che siamo in Italia. Questo è il paese dei grandi scrittori, dei grandi artisti, dei grandi scienziati… solo che ce ne siamo dimenticati. Tutto, probabilmente dal dopoguerra in avanti, si è mosso per soffocare le vene artistiche e creative del popolo italiano. Soffocate e cancellate, o sottomesse… scegli tu il termine… per un bene comune chiamato “crescita industriale”. Tutti operai, tutti lavoratori, per risolvere l’annoso problema del debito pubblico (che io sappia, da quando son nato a oggi, i titoli di giornale non sono mai cambiati di molto)… problema che non si è mai risolto perché è un’amena scusa usata dalle classi sociali governanti per mantenere il loro status quo… c’è una frase che mi è rimasta impressa: il mondo gira così (e mi è indigesta).
    Giorno dopo giorno assisto all’affossamento di ogni forma creativa di questo paese, alla distruzione delle eccellenze scolastiche, alla soppressione della creatività, all’appiattimento culturale.
    L’illuminismo è sparito da tempo. I mecenati sono scomparsi da tempo. La cultura italiana è ormai storia d’altri tempi. Oggi siamo noti per gli spaghetti, la mafia, la pizza, e il fatto che urliamo al cellulare in mezzo alla folla.

    Ho divagato? Forse. Ma non credo. Tutto si ricollega al fatto che, se un italiano tenta di esprimere la propria creatività, gli altri attorno a lui lo guardano storto e gli chiedono: e tu lo chiami lavoro?

    1. No, guarda, concordo su tutto.
      Compresa per la frase sciocca “il mondo gira così”.
      Per quel che ho visto nel nuovo continente la crisi c’è eccome, ma la gente ha ancora voglia di sperare e di inventarsi qualcosa di nuovo.
      Di provare.
      Qui si respira aria greve, disfattismo epocale. Nessuno dà fiducia ai giovani, alla creatività. Tutti evocano l’umiltà di altri tempi, secondo cui non serve studiare, meglio andare a zappare i campi (la mia è una famiglia contadina, quindi di certo non faccio lo snob).
      Ma… il mondo gira così. No?

  2. Io ci sono passato in prima persona…
    Quando decisi di fare il cuoco ricevetti tante di quelle recriminazioni che potrei scriverci un libro. Pensa che in casa mia il lavoro era concepito come quello classico: ti alzi all’alba, vai in cantiere a spezzarti la schiena, e torni a casa che magari c’è l’orto da zappare.
    Non ho nulla contro tutto questo, ma quando dico che è stato discriminante sappi che è riduttivo.
    Sì perché se io lavoravo fino alle quattro di notte e dormivo fino alle undici del mattino, passavo per quello che non ha voglia di lavorare, che poltrisce invece di fare come suo fratello. E poi, cucinare? Ma è un lavoro da donna!
    Ecco, con questo clima ho dovuto convivere fino ad oggi, e non tutto è sparito. Vedo ancora angoli troppo spigolosi, punti fermi che, penso, mai si smusseranno.
    E la colpa è del sistema, che porta a pensare e a giudicare sulla base di canoni errati e non realistici.
    Non oso immaginare cosa sarebbe accaduto se avessi voluto fare il musicista…

    1. Ti capisco bene.
      Anch’io vengo da una famiglia simile. Ogni estate a rompere l’anima perché non ho passione per l’orto, per il giardinaggio.
      Quando faccio notare che curare fiori mi interessa poco mi rispondono che “bisogna comunque farlo”.
      Chissà perché la stessa illuminata spiegazione non vale per le mie passioni.
      Sulle scelte professionali, poi, ci sarebbe da scrivere un libro. A puntate.

  3. Il problema è, a parer mio, sempre il solito. Siamo un paese vecchio ma non all’anagrafe, siamo un paese vecchio dentro; i giovani nascono già vecchi e con radicate le idee dei loro nonni ed i pochi che hanno voglia di cambiare si trovano ad affrontare l’opposizione dei coetanei più che quella dei padri o dei nonni. Nessuno ha voglia di rischiare niente perchè se a 30 anni non sei già a convivere e fuori di casa nella vita non combinerai mai niente.

    1. Indubbiamente.
      Pensa che io di anni ne ho 36, vivo una relazione aperta e non ho nessuna intenzione di diventare padre. Anzi, la vedrei come una sciagura.
      Mettici anche i miei discorsi sul lavoro e saprai cosa pensano di me 🙂

  4. Quoto in toto quello da te detto.
    E rispondo alla domanda finale. Ho lavorato per anni nei cantieri e ho conosciuto carpentieri, muratori, pavimentisti in gran quantità, stupira sapere che fra di loro c’è chi ama fare quel lavoro. Nonostante i ritmi, nonostante gli orari, lo amano e ci mettono impegno. Quindi si, gente a cui piace fare il muratore esiste eccome, e non son pochi.

    1. Mio papà era saldatore e contadino. Orgoglioso di entrambi i lavori. Oltre alle canoniche ore in fabbrica si divertiva a fare lavoretti col ferro battuto.
      Insomma, gli piaceva. Al contempo mi ha ripetuto tutta la vita di non fare un lavoro di fatica.
      Insomma, tutto è possibile, tutto è lasciato alla personalità del singolo.

  5. Scriverò anch’io la mia, su questo argomento.
    Penso che, in fin dei conti, ci si preoccupi ancora troppo di come veniamo visti. Altrimenti non ci farebbe incazzare il fatto che altri ci accusino di “perdere tempo con queste stronzate”.
    Certo, sarebbe meglio che questi individui saggi, che tutto sanno della vita, tacessero, ma non ho intenti polemici, non stamattina. Mi limito a dire che faccio quello che voglio, badando solo al risultato, tentando, giorno dopo giorno, di ignorare le banalità con le quali è infarcita la nostra società.
    Amen.

    1. Io concordo sul fregarsene del giudizio altrui. Però in campo lavorativo non è così automatico farlo. Se la controparte non ti riconosce come un referente non ti paga. Al limite ti chiede di fare certi lavori solo a titolo di favore. “Tanto è una passione”.
      Che poi è quel che accade puntualmente nel nostro settore.

  6. Ottimo post, sai che concordo in pieno.
    La situazione è pessima – ma non è un buon motivo per arrendersi.

    Ti segnalo un curioso refuso, che ho già postato ad un amico psichiatra (ti contatta poi lui in privato):

    il diritto stesso non è più un lavoro

    🙂

    @Germano
    Più che la questione del come veniamo visti, a preoccuparmi è la questione che, non venendo considerato da terzi ciò che facciamo come un lavoro, non ci pagano.
    Che qualche zombie corporativo consideri la mia scrittura, o le mie conferenze, o le mie ricerche, delle buffe eccentricità, mi sta anche bene – purché paghi per l’intrattenimento o l’educazione o i vantaggi pratici che ne ricava.
    Chi ci dice che perdiamo tempo con delle stronzate, da una parte vuole sminuirci e “metterci al nostro posto”, probabilmente cerca un alibi per il fatto che lui la sua vita la sta bruciando in una maniera diversa, ma anche, non scordiamocelo, non ci vuole pagare.

  7. Guarda, ti quoto dalla prima all’ultima parola. Io stessa sono una di quelle persone che cerca di trasformare le proprie passioni in lavoro, ma che va sempre a sbattere contro lo stesso scoglio: siamo nella fottuta Italia.
    Paghiamo troppo per ricevere poco, nessuno crede nelle arti o comunque ti dà la possibilità di farlo (quando ho chiesto in banca un fido per iniziare l’attività di editore mi hanno riso in faccia). I compensi sono sempre e comunque troppo bassi rispetto alle tasse da pagare.
    Io non so come funzioni nel resto del mondo, ma se ti dedichi a un lavoro tratto dalla passione, ciò si traduce quasi sempre con “libero professionista” e l’idea di aprire una partita iva mi fa raggelare il sangue nelle vene.

    Per quanto concerne poi la “tradizione” tutto vero. Io lavoro come grafica con mia madre in un negozio di articoli sportivi, ma per dire che lei continua a insistere che devo cercarmi un lavoro serio, magari come OSS (che è davvero un lavoro che mi piace, ma non ho più il fisico), senza capire che se spero che qualcuno mi assuma ho proprio sbagliato strada…

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