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Dobbiamo avere paura del futuro?

fear_the_future

Non volevo scrivere un articolo doppio, non oggi. Probabilmente è controproducente per il mio ebook, messo online proprio stamattina, ma poco importa. Mi è infatti capitato di leggere un bellissimo editoriale del The New Yorker, che si ricollega al mio post contro il luddismo, quello di lunedì, tanto per capirci. Non potevo non condividerlo su Plutonia.
Ben più autorevole del sottoscritto, Gary Marcus ha scritto un bel pezzo, ricavato da un’indagine dell’agente letterario John Brockman, che si ripete da quindici anni a questa parte, incentrata proprio su cosa potrebbe migliorare/peggiorare la vita di tutti noi. La domanda è posta a scienziati, filosofi, scrittori (sì, soprattutto di fantascienza) e giornalisti. Quest’anno, a quanto pare, la questione si è focalizzata su un aspetto negativo della faccenda: di cosa dobbiamo avere paura?


Il range di risposte è vario, tuttavia Marcus cerca di porre l’attenzione soprattutto su quelle meno scontate (che sono le solite: crisi economica, sovrappopolazione, terrorismo, guerra, inquinamento). Una in particolare riflette proprio le paure dei luddisti o di chi comunque è incline a demonizzare lo sviluppo “eccessivo” della tecnologia. Il cosmologo Max Tegmark pone infatti la domanda riguardo alle conseguenze di un’eventuale supersviluppo dell’intelligenza artificiale.
Qualcosa che ha a che fare con la famigerata Singolarità Tecnologica.

Le risposte, in particolare quella del noto scrittore Bruce Sterling, le trovate nell’articolo. Per comodità vi cito quella di Sterling anche qui, in inglese:

Modern wireless devices in a modern Cloud are an entirely different cyber-paradigm than imaginary 1990s “minds on nonbiological substrates” that might allegedly have the “computational power of a human brain.” A Singularity has no business model, no major power group in our society is interested in provoking one, nobody who matters sees any reason to create one, there’s no there there.

Che, detto in parole povere, vuol dire di scordarci gli scenari cyberpunk ventilati negli anni ’90. Non c’è alcun interesse a sviluppare una tecnologia in grado di creare uno sconvolgimento di questo tipo. Quindi, con ogni probabilità, non avverrà nulla di così drammatico, non per molto tempo ancora.
In realtà, come precisa Gary Marcus, Sterling non ha proprio ragione. Ci sono notevoli investimenti nella realizzazione di una vera intelligenza artificiale, tanto che ne è prevista una realizzazione entro il prossimo secolo. Una contraddizione? No. Perché queste ricerche non devono spaventare nessuno. Ne abbiamo vissute, più o meno consciamente, molte altre (l’articolo cita i social network: provate a pensare quanto hanno cambiato la vita di chi li utilizza!) e il mondo non è certo finito in balia del caos economico o sociale.
Così come l’informatizzazione dell’industria non ha fatto sì che le macchine (o i robot, come diceva qualcuno negli anni ’70) rubassero il lavoro agli essere umani.
Ma mi sto dilungato ben più del previsto. Leggetevi l’articolo e, se volete approfondire, date un’occhiata anche a tutte le risposte ricevute all’annuale sondaggio di John Brockman.

PS: Fa strano vedere l’importanza che oltreoceano viene tributata agli scrittori di fantascienza. In realtà l’unica cosa strana è l’Italia, paese in cui si deride tutto ciò che non è iperrealista. Dimenticando però che la realtà è anche quella che nasce dal momento in cui la immaginiamo.

singularity

PS: L’immagine di inizio articolo l’ho trovata qui.

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

10 risposte a "Dobbiamo avere paura del futuro?"

  1. peccato che poi l’Italia per prima proponga scenari negativi da autentica fantascienza fantapolitica e fantasociale. Ma si sa, non siamo un popolo di santi, di geni e di navigatori. E siamo i più furbi di tutti. Come no.

    1. L’Italia è un perfetto scenaio distopico. Proprio perché abbiamo paura di guardare avanti. A partire dai dinosauri che comandano, e che credono basti aprire un profilo su Twitter per essere moderni.

  2. Brockman e compagni fanno un lavoro meritorio.
    Credo sia estremamente importante anche osservare (come dici tu stesso) che in questi scenari, la componente della paura è quella naturale – la paura come segnale d’allarme, come meccanismo che ci invita a tenere gli occhi aperti.
    NON, e ripeto NON, un meccanismo che ci suggerisca di chiudere un determinato argomento, voltare le spalle acriticamente ad un certo risvolto del progresso per paura (ah!) che ci si possa rivoltare contro.
    Paura che non è motore del luddismo, ma della responsabilità e della consapevolezza.
    Una paura costruttiva, insomma.
    Perché poi la regola è sempre la solita – che noi lo temiamo o meno, il futuro arriverà.
    E dovremo essere noi ad adattarci a lui.

    1. Quelli che vaneggiano di un ritorno alle palafitte, a nutrirsi di bacche e radici, credono davvero di poter “arginare” il futuro. Magari spendessero altrettante energie per aiutare a plasmarlo in modo positivo.
      Perché in fondo di futuro ce n’è per tutti i gusti.
      Rifiutare lo sviluppo scienfitico e tecnologico non farà di noi degli uomini più puri e sani.

  3. E’ un pezzo che vado ripetendo, a costo di essere noioso, che siamo vicini a una singolarità tecnologica. Se ne parla parecchio al di fuori dei nostri confini, qui è ritenuto più interessante stare a sentire dei personaggi stile Giacobbo che non riconoscerebbe una notizia neppure se gliela indicasse un maya alieno con tre teste. Grazie per l’articolo, vado a leggerlo.

    1. è che qui manco sanno cosa vuol dire “singolarità tecnologica”. Non parlo dell’italiano medio, che magari è anche giustificato, bensì dei divulgatori mediatici.
      Alla fine il più in gamba è ancora Piero Angela, coi suoi 175 anni (voglio invecchiare così!)

  4. A tal proposito consiglio un bel saggio, che probabilmente chi frequenta il blog ha già letto da un pezzo, che si tratta di “La singolarità è vicina” di Raymond Kurzweil.

  5. Ah, l’intelligenza artificiale, l’unica previsione errata della fantascienza classica. In realtà oltre alle difficoltà di sviluppo, le IA non sono ancora in circolazione perché non ne sentiamo il bisogno. L’uomo moderno (e occidentale) vuole strumenti per espandere il proprio ego, non per pensare al posto suo. Andiamo in una direzione opposta non trovi? Però bisogna stare attenti.

    Riguardo la fantascienza, spesso è un genere letterario che produce profeti (vedi Gibson e Sterling) 😀

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