acceleratore quantico · riflessioni

Qualcuno sta spegnendo la luce

dystopia

Considerando che è primavera, che gli uccellini cinguettano, i fiori sbocciano e le giornate si dilatano virtualmente all’infinito, ci sarebbe motivo da essere felici e ottimisti.
Purtroppo da qualche mese a questa parte sta avvenendo l’esatto contrario. Camminando per le strade noto un’atmosfera greve e pesante. Nei bar e sui mezzi pubblici sento discussioni che sono a metà tra il catastrofico e il demagogico. Un’infarcitura dei peggiori luoghi comuni, una manciata di negatività, sancita alla fine con scrollate di capo e sguardi rassegnati. Da domani inizieranno le votazioni per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, ma la questione non suscita che pochi entusiasmi, in questa nazione che sta disimparando a sognare.
Ho 37 anni e non mi ricordo altri periodi (non recenti) in cui in Italia si respirava un’aria del genere. La Crisi, ovviamente, sta al vertice di tutto questo clima funereo, e non c’è giorno che non scarichi detriti tossici su tutti noi che siamo quu sotto. Ovviamente l’incapacità politica, l’ondata finto-moralizzatrice (ma del tutto incapace) cavalcata nelle ultime elezioni non fa presagire nulla di buono per il futuro. La parola stessa, futuro, sta diventando utopica per troppe persone.
Ma questo non è un post politico, né tantomeno economico.

Mi appassiono di libri e film di fantascienza distopica fin da quando ho imparato a leggere. A prescindere da quale sia il fattore di fantasia che in queste opere porta la civiltà umana a involversi fino a rischiare una lenta estinzione, c’è però un elemento comune a quasi tutti gli scenari: la morte della speranza.
E’ quando l’uomo smette di ambire a un futuro migliore che tutto va davvero a rotoli. Quando non si ha più la forza di lottare, di immaginare un domani diverso, ecco, è lì che si varca il punto di non ritorno verso l’estinzione.
Nei suddetti libri e film distopici o catastrofisti, ci sono quasi sempre dei gruppetti di sopravvissuti che riescono a cavarsela, laddove il resto del mondo ha avuto la peggio. Ce la fanno perché capiscono che non è più tempo di vivere sui ricordi di quello che fu. Bisogna adattarsi, ingegnarsi, avere degli obiettivi e, perché no, dei buoni leader a coordinare il tutto.

dystopia 2

Mettiamo che, narrativamente parlando, l’Italia sia un paese prossimo alla soglia della distruzione. Distruzione sociale e civile, o qualcosa del genere. Come ho già detto altre volte non sono un economista, né un politologo. Quindi lavoriamo un po’ d’immaginazione.
Per anni abbiamo vissuto discretamente bene, chi più chi meno, con tante certezze e una serie di contraddizioni e di problemi nascosti sotto il tappeto. Cose di cui potevamo dimenticarci, finché là sotto c’era spazio.
Poi un evento X ci ha tolto man mano buona parte di queste certezze. Ovvio, stiamo parlando della Crisi, ma potrebbe anche essere una zombie apocalypse o un’inversione dei poli magnetici della Terra; tanto la nostra ipotesi è uno scenario di “fantasia”, quindi non poniamoci particolari problemi a fantasticare.
A questo punto la maggior parte di noi è impreparata al cambiamento: diamine, chi è mai pronto a certe cose?
In più chi è rimasto al timone per anni, in malomodo, ma tenendo comunque la barca a galla, non ha intenzione di mollare il comando a nessuno. Anche perché, col senno di poi, i “nuovi, coloro che si dicono pronti a guidare i sopravvissuti verso il cambiamento, spesso sono peggio di chi c’era prima.

Anche questa è una cosa che i film e i libri catastrofisti insegnano abbastanza bene. Le comunità nate in emergenza, sotto la guida di nuovi, improvvisati leader, non raramente sono posti molto pericolosi in cui vivere.
Perché? Perché nei momenti di emergenza saltano fuori le personalità più complesse e pericolose. Quelli che fino a poco tempo fa erano vessati in ufficio, i violenti repressi, gli intolleranti. E spesso la loro psicopatia viene presa per forza, specialmente da chi chiede proprio questo – forza – in un momento di debolezza.

the postman

Come poi abbiamo già detto è la mancanza di immaginare un futuro, unita all’incapacità di adattarsi, che porta all’estinzione.
Purtroppo in questo senso l’italiano medio è messo male. Lo so perché, essendo blogger da anni, noto un certo atteggiamento cinico da parte della maggioranza dei miei connazionali. Ogni qual volta si fa loro notare che esistono delle alternative, essi scuotono il capo e sentenziano che “qui non funzionerebbe mai“. Il mantra è ripetuto così tante volte che alla fine è diventato vero. Vero e ineluttabile.
Qui l’alternativa non funziona mai. Che sia essa l’energia pulita, la revisione del sistema fiscale, il tetto degli ingaggi ai calciatori, l’editoria digitale o una riforma costituzionale. Ovvero: l’alternativa non è ben vista, tanto nel grande quanto nel piccolo. Già, è al piccolo che io guardo. Sarà perché sono individualista, o perché ho sempre pensato che le cose possiamo migliorarle partendo da noi stessi, e non dalla massa.

Del resto questo meccanismo ci viene inculcato in famiglia, fin dalla tenera età: sii serio, pensa alle cose concrete, trovati un lavoro rispettabile, sposa una ragazza (o un ragazzo) a modo. E ancora: distinguiti in attività socialmente accettabili (il calcio, l’oratorio) oppure frequenta i giri giusti, quelli in cui c’è qualche tornaconto. Non fare cose troppo strambe. Rimani coi piedi per terra.
Una società straordinariamente conservatrice, la nostra. Salvo eccezioni, ci mancherebbe.
La famiglia italiana è al contempo un rifugio (se ci siam salvati dagli effetti peggiori della Crisi è perché l’italiano medio è, in fondo, un gran risparmiatore, dallo spirito patriarcale) e una prigione. Ciò che funzionava 30, 50 e 100 anni fa deve funzionare ancora oggi. E se così non è – evidentemente non lo è! – l’italiano è più impreparato di altri ad affrontare le incognite che portano con sé i tempi che cambiano.

dystopia society

I cambiamenti fanno paura, è vero, ma soprattutto danno fastidio. Si vive nella perenne convinzione che le cose si metteranno a posto da sole, e che chi ha una buona idea viene considerato soltanto un visionario, o uno scocciatore.
Che poi è buffo, considerando che per secoli questo è stato un paese di inventori e di scienziati.

Quindi continuiamo a campare così, lamentandoci sui social network, affidando le nostre speranze all’avventuriero, all’uomo della provvidenza di turno. Deridiamo il vicino di casa che si mette in testa, che ne so, di lasciare un lavoro co.co.pro per vendere gelati porta a porta, o per campare scrivendo libri digitali di cucina. “Non ce la farà mai“, diciamo, quasi compiaciuti. Poi però ci chiudiamo in casa con quel crescente senso di disagio, con quella sensazione che le luci sopra le nostre teste siano sempre più vacillanti, prossime a spegnersi, magari senza preavviso. E se qualcuno prima o poi dovesse davvero togliere la corrente? Chi sarà preparato ad adattarsi al buio, o a cercare nuove fonti di luce?

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

32 risposte a "Qualcuno sta spegnendo la luce"

  1. E sono anche pronti in agguato per vedere se il vicino fallisce nella sua impresa. A quel punto, invece di ammirare la tenacia e lo spirito di iniziativa che ha avuto, se la godono a deriderlo. Contenti di essere polli di allevamento, insomma.

  2. Sì, il clima è davvero pesante, in questi ultimi tempi e non so dove vado a prendermi l’ottimismo che mi pervade, devo essere matto… ma speriamo di non dover tornare a vivere con la sola luce dlle candele

    1. Sembra una citazione a caso, ma non lo è. Leggevo infatti la storia di una ragazza americana, ex manager, che ha messo in piedi dal nulla una piccolissima azienda do vendita di dolciumi porta a porta, riscuotendo gran successo. Qui da noi funzionerebbe? Naaa.

  3. belle riflessioni. In fondo il mantra dell’irrealizzabile è al contempo la nostra forza e la nostra debolezza. L’Italia è comunque tutt’ora una delle più forti economie al mondo con un sistema sanitario che funziona (meglio) che in altri luoghi e dove comunque siamo bene o male tutti tristi ma con la pancia piena. Galline ovaiole.
    Con pancia piena intendo anche il ventre metaforico del superfluo. Credo che sia la fame a spingere al cambiamento. E se qualcuno dovesse spegnere le luci, ecco, ci si adatterà.

    1. Però è triste che si debba arrivare alla soglia della povertà per muovere il culo. Altre economie più forti delle nostre non si fermano mai. Magari sbagliano. Anzi, lo fanno spesso e volentieri. Ma si aprono a mille esperimenti…

  4. Il punto secondo me è nell’avere paura. Nel dover tenere la testa bassa per non rischiare il posto di lavoro, il ruolo nel sociale, la briciola di potere che ci è toccata o il reddito. L’equilibrio precedente in realtà era un gigantesco sbilanciamento in avanti e alla fine non ha retto, com’era logico che fosse. Adesso siamo nell’interregno, nel momento in cui tutto viene messo in discussione. Può essere anche l’occasione, difficile da creare in Italia, dove finalmente facciamo saltare per aria quei meccanismi che ci hanno frenato e rassicurato nella nostra mediocrità.

    1. Tutto vero.
      Finché però esistono ostacoli dall’alto, tutto si blocca. Esempio semplice e pratico: l’enorme mole di burocrazia da sobbarcarsi se si vuole aprire una piccolissima attività (ricordo un comune amico che tentò di gestire una microcasa editrice digitale).
      Senza parlare della malafede generalizzata del pubblico, dei cosiddetti “consumatori” (parola bruttissima, ma che rende l’idea).
      Anche la persona più ottimista del modo inizia a smadonnare ben presto…

  5. Facendo parte della generazione perduta irrimediabilmente, come la definì il mio amico Mario Monti, impossibilitato a trovare un lavoro in eterno, mi sento di poter affermare che non potrà andare peggio. Non molto peggio per lo meno. Sempre che noi non ci si impegni per farlo andare peggio. Segni in proposito non mancano 🙂

    1. Anche se da questo post non sembra, anch’io non sono del tutto pessimista. Proprio perché secondo me fra un po’ si arriva al fondo (almeno secondo dal punto di vista dell’Italia), e potrebbe essere il momento per risalire.

      O per scavare?

      1. Come diceva il personaggio del produttore polacco nel “Caimano” di Moretti: “Voi Italiani, quando sembra che abbiate toccato il fondo, vi mettete a scavare con le unghie e scendete ancora più giù” 😀

  6. Le alternative esistono se accetti che possano esistere e se lasci loro lo spazio per svilupparsi e crescere.
    Nel nostro paese, domina la convenzione – si è sempre fatto in un certo modo, e le cose andavano bene. Perché non dovrebbero continuare ad andare bene continuando noi a fare in quel certo modo?
    È una miscela di ignoranza (non siamo esattamente un paese dalla cultura effervescente, a livello di cittadinanza), paura (cambiare comporta un rischio), pigrizia (perché sbattersi?), convenienza (in fondo a me fin qui è andata bene…) e l’incrollabile fede degli italiani nell’Uomo del Destino che cambierà tutto – toglierà le tasse, ci restituirà i soldi, renderà sessualmente attivi i settantenni, ci darà l’Impero, spezzerà le reni alla Grecia, conquisterà la Gallia Narbonense, sconfiggerà Serse, ucciderà il mammuth e ne farà bistecche.
    Ci penserà lui.
    E lo farà per noi.
    Gratis.
    Perché ci vuole bene.
    La nostra società è patriarcale nel senso che da sempre gli italiani desiderano un padre, perché i padri naturali sono di solito estremamente inadeguati.

    1. L’Uomo della Provvidenza, che poi nemmeno c’è. Io non amo tanto questa soluzione, ma avessimo, che ne so, un Obama… Non perché risolve tutto, manco fosse Superman, ma perché sa infondere speranza attraverso discorsi che parlano di futuro e di giustizia sociale.
      QUi manco il salvatore della patria, sappiamo scegliere…

  7. Una bella riflessione, davvero.Tocca diversi temi, ma non ho potuto non pensare al libro che sto leggendo ‘sti giorni, ”La terza rivoluzione industriale”, che magari avrai anche letto e se invece non è così ti stra consiglio. Libro per te, giuro!
    Comunque sia cambiare non è facile, e spesso, troppo, la pigrizia e il menefreghismo minano quella spinta verso l’aspirazione del meglio che in realtà è innata in chiunque. La teniamo ben nascosta rimbambendoci con altre cose…

    1. Grazie CB.
      “La terza rivoluzione industriale” non l’ho ancora letto, anche se l’ho visto in giro da mille parti. A questo punto mi hai incuriosito, e credo che domani in pausa leggerò qualche pagina, e valuterò l’acquisto 😉

  8. Credo, ma con molta probabilità sbaglio, che il cambiamento non sia poi così complicato.
    Nel senso: basta volerlo. Se non lo si vuole, se non si cerca davvero di migliorare ma solo di mettere una pezza, rimarremo sempre su questo rasoio, almeno fino al giorno in cui non cadremo di sotto o ci taglieremo le piante dei piedi.
    Sembra che nel nostro paese si ami il pericolo, il costante trovarsi a ridosso della rovina, e cosa peggiore, pare ci faccia piacere rimanere così.

    Non sono un pessimista, ma ammetto che ultimamente le cose stanno davvero riuscendo a farmi cambiare idea…

    1. Ovviamente però il cambiamento può essere osteggiato “facilmente”, dall’alto.
      Esempio: io posso voler diventare un piccolo editore, ma se non ho agevolazioni, e se la cultura in Italia viene comunque tenuta come ultimo gradino in cui investire, ecco, allora la mia volontà non basta più.

      1. Certo, infatti quando dico “volontà” non intendo quella del singolo, anche se dai singoli può nascere davvero un cambiamento. Il volerlo deve essere comune, o perlomeno un desiderio della massa, altrimenti non si conclude nulla… 😉

  9. Dici il vero, ma in qualche modo si farà, confido nel futuro. Personalmente penso che se proprio di salvatore della patria dobbiamo parlare, dovrebbe essere uno capace di agire, infatti a fare discorsi di speranza noi italiani siamo molto esperti. Ammetto che ultimamente dire “ma tanto qui non avverrà mai” è diventato anche per me un automatismo, una scusa per non fare nulla.

  10. Da studente posso dire che passo giorni di incredibile pessimismo riguardo al mio futuro oppure di grande speranza. Giustissima riflessione la tua, però l’agire sulle masse è essenziale quanto agire nel piccolo: quando si definisce la massa come un solo corpo omogeneo (amorfo, intellettualmente parlando) non si sbaglia, le persone spesso si muovono “in blocchi”, categorie precostituite di individualità). E per muovere le masse bisogna agire sulla forma mentis delle persone. Lo Stato è ancora la nostra unica arma a disposizione.

    1. L’agire sulle masse qui non si fa più da tempo.
      Da qualche giorno gira un grafico in cui l’Italia risulta essere il penultimo paese europeo per quel che concerne le spese su cultura e istruzione.
      Dove vogliamo andare?

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