Quando il giudizio critico si merita una querela?

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Post che nasce da un articolo letto qualche settimana fa: una blogger è stata querelata e infine condannata perché alcuni commenti lasciati a un articolo sul suo blog insultavano pesantemente un editore “con contributo”.
Come potete leggere nella pagina che vi ho linkato, i commenti incriminati erano di natura denigratoria (mafiosi, strozzini, truffatori) e, a dire dell’articolista e del giudice, non è stato possibile risalire alla vera identità di chi li lasciati. Per questo a pagare ammenda sarà la blogger che ha lasciato in chiaro questi commenti.
La notizia ha suscitato un certo clamore tra i blogger letterari di varie latitudini. Si sono alzate molte voci in difesa della condannata, anche perché tutti sappiamo qual è il “lavoro” degli editori che pubblicano previo contributo. La simpatia che stimolano in chi si occupa con professionalità di libri e scrittura e pari a quella suscitata dalla sabbia che si insinua in un costume da bagno.
E fin qui siamo tutti d’accordo. Però cerchiamo di analizzare la cosa in termini più generici.

La faccenda della reputazione online è delicata.
In Rete è virtualmente possibile generare ogni sorta di calunnia e insulto, mascherandosi dietro l’anonimato di un nickname.
In teoria nessun anonimo è realmente tale. Ma quelli bravi sanno come non farsi trovare.
Con una campagna mirata è possibile rovinare la reputazione di una persona che odiamo, o che ci dà fastidio.
Sta poi a chi è sotto bersaglio sapersi difendere e smentire voci e illazioni lasciate nero su bianco sulle pagine di un blog o di un forum. La cosa non è sempre facile. Google, del resto, ha una grande memoria.

La linea che separa il diritto di opinione e una querela per diffamazione è molto sottile.
In linea di massima dovrebbero essere i toni a fare la differenza. La critica è critica, gli insulti sono insulti. Su questa distinzione c’è poco da discutere, ne converrete.
Stando all’esempio dell’editore a pagamento e della blogger, un conto è accusare il signor editore di lavorare con scarsa professionalità, un conto è dargli dello strozzino. In questo secondo caso le possibilità di prendersi una querela (e di dover pagare ammenda) sono decisamente più elevate. (Che poi a pagare sia la povera blogger è ahimé un tasto dolente…)

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Ai fini della Legge poco importa se certe accuse sono quasi certamente vere. La presunzione d’innocenza vale anche per queste piccole cose, perciò se qualcuno insulta senza avere prove provate di quel che dice, probabilmente pagherà il fio.
La querela è un’arma potente e a doppio taglio. Da una parte permette a gente non totalmente onesta e professionale di difendere comunque il proprio nome, scambiando i ruoli tra torto e ragione. Dall’altra la querela è anche l’unica cosa che può proteggere un normale cittadino dalla diffamazione online (anche da altro, ma non ci concentriamo su questo concetto).

Personalmente, forse lo ricorderete, ho promesso di sporgere querela contro chi, come succedeva spesso in passato, continuava a citare in mio nome accostandolo a insulti e frasi denigratorie. A qualche mese di distanza da questa mia presa di posizione confermo questo mio intento. Ossia sporgerò querela a chi diffamerà il mio nome e la mia attività non attraverso il sacrosanto diritto di critica, bensì con offese e ingiurie.

Come vedete il campo si presta a molte interpretazioni e a una moltitudine di sfaccettature.
Se nel caso della collega blogger non si può far altro che solidarizzare con lei, in altri episodi la querela appare come il solo sistema per evitare a barbari e troll di abbattere l’eventuale concorrenza a colpi di ingiurie e diffamazioni.

C’è infine un’altra considerazione da fare: questo precedente, sicuramente infelice e discutibile, potrebbe responsabilizzare i blogger. Il che vuol dire obbligarli a controllare con estrema severità i commenti altrui lasciati di post in post. Certo, questo è comunque un limitare la libertà di espressione, eppure è possibile trovarci un senso, seppur partendo da un presupposto odioso (la condanna della povera collega, in questo specifico caso).

Che ne pensate?

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

17 commenti

  1. A proposito di responsabilizzazione e di moderazione degli interventi segnalo questa (http://tinyurl.com/l6o72bp), la politica adottata da un blogger statunitense che seguo con una certa frequenza. Da quanto vedo su quel sito il metodo funziona abbastanza bene…

  2. Se uno mette una bella dicitura che ricorda che i commenti sono lasciati sotto la piena responsabilità di chi li scrive? Al momento di scriverli sarebbe bene che il commentatore accettasse le regole esplicitamente con una spunta su tale scritta.
    E magari, prima della sezione commenti, mettere una striscia sottile in cui si ricorda che le opinioni sotto espresse nei commenti non sono quelle del Blogger.
    Oppure non permettere commenti anonimi (o se uno li vuole proprio lasciare anonimi saranno tenuti nascosti e resi visibili solo se esplicitamente richiesti dall utente).

  3. I giornali hanno fatto un po’ di cagnara solo perché c’era la parola blogger di mezzo, ma i fatti che sono stati contestati alla signorina sono accaduti sul forum. Il fatto appunto che tutto sia avvenuto sul forum mi lascia perplesso: su un forum bisogna iscriversi per commentare… e ci si assume, esplicitamente, la responsabilità di ciò che si dice.

    Irrintracciabili e non identificabili i commentatori di un forum? Caspita, o sono dei maghi della truffa informatica (e mi pare strano per gente che si occupa di case editrici, probabili presunti scrittori) o nemmeno li si è voluti cercare. Probabilmente perché non si sa poi molto di come funziona la rete.

    Più probabile la seconda, a mio modesto parere. E quindi ce la prendiamo con l’amministratore del forum, così diamo anche l’esempio a tutta questa gentaglia che bazzica la rete e si permette di dire in giro che ci facciamo pagare per stampare i libri. Che è un po’ come dire che qualcuno deve pur pagare – frase di CarCarlo Pravettoni, per chi se lo ricordasse. Che è un po’ come dire che se al bar un cliente diffama qualcuno, ma questo cliente non si sa chi sia, allora facciamo causa al barista e alla cameriera, perché non sono intervenuti in tempo per tappargli la bocca. O per cancellare dalle orecchie dei presenti le frasi incriminate.

    1. I giornali hanno riportato poco e male, come spesso accade.

      La faccenda sulla non tracciabilità dei commenti è ridicola. Questo è forse il passaggio che più mi lascia basito, anche perché so che la polizia postale è molto in gamba. Figuriamoci se non riuscirebbe a trovare quattro beoti che insultano su un blog (o forum).

      L’ipotesi che questo sia un tentativo per mettere in riga i blogger è inquietante. Ma non del tutto campata per aria.

      1. Un beota si trova sempre, se lo si cerca.

        Sul mettere in riga i blogger intendevo da parte di chi non ne gradisce la libertà d’opinione. In genere si limitano a minacciare senza andare da nessuna parte: ma qualcuno che ha un po’ di soldi da buttare e va oltre le minacce si trova sempre.

  4. Purtroppo quando ci sono di mezzo parole pesanti non si può più parlare di critica ma – appunto – di insulti.
    Magari sarebbe bastato che l’editrice in questione chiedesse la rimozione dei commenti, forse li avrebbero cancellati senza il bisogno di arrivare al tribunale. Evidentemente voleva comunque “dare una lezione” alla blogger…

  5. Sono d’accordo. La critica è sacrosanta, guai se non ci fosse, ma quando si sfocia nell’insulto bisogna sempre intervenire, visto il precedente che si è formato con la storia della blogger che citi. Che ha comunque, tutta la mia solidarietà, per quanto possa valere.

    Ciao,
    Gianluca

  6. Guarda io capisco anche l’editore che ha sporto querela (non sono d’accordo con alcuni toni del forum in questione), ma ho anche visto il suddetto editore esprimersi tramite profilo pubblico su un social network con gli stessi termini – almeno fin quando dare del mafioso a un editore è paragonabile a dare del brigatista a un blogger. Un insigne commentatore (giornalista) ha scritto che è una questione di decoro, poi ci ha appeso una spatafiata sulla censura, intesa come moderazione dei commenti. Altri blogger hanno introdotto una forma di filtraggio preventiva in seguito alla sentenza. Ora, fermo restando che la legge probabilmente è dalla parte di chi ha sporto querela (mentre la netiquette li condanna entrambi, ma essa è solo, in fondo, “regole di buona convivenza), resta il fatto che la condanna mi ha scosso parecchio. Poi ho pensato ad altri casi, per esempio il politico che querela Wikimedia Italia per 4 milioni di euro per un articolo apparso su Wikipedia (il fatto che Wikimedia sia essenzialmente un “fan club” di Wikipedia è del tutto incomprensibile a persone di una certa età). Insomma, pur riconoscendo i rischi impliciti in questa posizione, sono a favore della libertà di espressione, una conquista non da poco che non è un caso se è inclusa in tutte le moderne carte costituzionali.
    Se ti interessa, un’iniziativa della Electronic Frontier Foundation relativa proprio ai blogger: https://www.eff.org/bloggers

    1. Per carità, lungi da me giustificare certi figuri… Che però sono pronti a approfittare del minimo errore (questa volta nei toni) per far valere i loro diritti.
      Sì, anche un pezzo di melma ha dei diritti, e la Legge in effetti non entra nel merito etico, ma si limita ad applicare il codice.

      Comunque sia, la cosa che più ci interessa è che questo caso crea un precedente. E capisco i colleghi blogger che sono corsi ai ripari.
      Poi ci sono le esagerazioni, le notizie gonfiate. Mi viene in mente la conduttrice Paola Ferrari che denunciò Twitter perché alcuni utenti la insultavano su questo social network.

  7. Qui un articolo sulla questione che mette alcuni punti sulle i e pubblica la sentenza, dalla quale risulta che l’amministratrice del forum è stata condannata per cose da lei pubblicate reiteratamente nell’arco di anni, non per i commenti di altri nel suo forum.

    Peraltro la querelante sostiene che la sua casa editrice NON sia una casa editrice a pagamento, ma comunque sia la definizione della cosa non entra nel caso giudiziario.

    In ogni caso mi pare che questo caso non possa essere assurto ad esempio di un conflitto sulla libertà di espressione nella rete. Siamo nel campo di una lite riguardante la definizione del confine tra libertà d’espressione e diritto al rispetto della propria persona (che poi è un aspetto della libertà personale). Se un media con migliaia di contatti presenta la mia persona in termini spregevoli, la qualità della mia vita viene lesa, è abbastanza normale, anche perchè tra quelle migliaia di contatti potrebbero esserci persone che incrocio nella mia vita quotidiana.

    Poi certo, c’è il rovescio della medaglia, ed è l’uso della querela come metodo intimidatorio nei confronti del giornalismo d’inchiesta, con cui persone facoltose, richiedendo risarcimenti milionari anche in caso di torto palese, riescono ad inibire l’attività della stampa e, di fatto, a ledere la libertà di stampa.

    Alla fine è sempre una questione di equilibrio, uno di quei casi in cui la metafora della bilancia calza a pennello all’amministrazione della giustizia, e in cui la discrezionalità del giudice emerge come dura necessità.

  8. Se cancelli questo post ti capisco, comunque…
    Penso che il disclaimer che in tanti abbiamo, e che dice…
    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
    Dopo quella sentenza valga meno di zero, ma non è una sorpresa.
    Viviamo in una zona grigia, in un mondo di confine dove i confini non sono per niente netti e dove siamo tutti colpevoli o innocenti allo stesso tempo,
    Diffamazione? Quali i limiti netti?
    E aggiungo che non è una sorpresa e mi dispiace ma lo devo dire anche se è un luogo comune: forse non accade solo da noi, forse non è solo una cosa italiana, ma qui da noi ora e in passato, tutto è sempre stato una zona grigia dove non si capisce mai cosa sia possibile o meno con chiarezza netta e definita.
    Quanto alle regole Dio ne scampi, hanno sempre carattere punitivo, sempre messe per controllare spiare, sempre con valenza punitiva/proibitiva, poi c’è sempre l’abbinamento regole-far west, la dichiarazione “messo mano al far west” di questo o quello, o meglio nuove norme contronorme regole valide nei giorni dispari e non in quelli pari a meno che non sia plenilunio… nuove zone grigie.
    Norme a misura di azzerccagarbugli ma che sono micidiali con chi prova a seguirle e per errore le passa.

  9. La cosa che mi fa specie è che ci sono molti posti in rete dove vengono pubblicate le cose più feroci. Su un giornale (di cui non cito il nome perché non ho voglia di salvare una schermata per doverlo dimostrare, ma vi darò un indizio, è molto vicino all’ex premier Berlusconi) posso leggere in questo momento una serie di contumelie rivolte ai magistrati: corrotti infami maledetti bastardi. Un giornale avrebbe il personale per controllare puntualmente e bloccare prima che nascano queste ingiurie, che sono senz’altro altrettanto gravi delle ingiurie per cui la responsabile del forum è stata condannata.

    Se poi succedesse che i giudici denunciassero questo organo di informazione, voglio proprio vedere il bailamme che ne salterebbe fuori. Non lo farebbero mai. Insomma sui giornali online i commentatori insultano e i giornali di fatto non sono giudicati.

    Invece una persona che da sola o con il concorso di pochi collaboratori e senza mezzi professionali (insomma un cittadino qualsiasi della rete, titolare di forum o blogger che sia) si vede INCHIODATA DA QUESTA SENTENZA al dovere di impedire quel tipo di commenti. Leggetevi le motivazioni della sentenza: per il giudice è pacifico che chi pubblica le ingiurie è responsabile, chi le scrive al limite è complice. Come se il titolare di un forum (blog) soppesasse e valutasse tutti i commenti prima di farli apparire.

    Quindi mentre a una testata professionale ai sensi della legge bla bla bla non è richiesto di verificare ogni secondo cosa compare, di fatto la sentenza che abbiamo potuto contemplare in questa occasione DA’ AL BLOGGER O RESPONSABILE DI UN FORUM, certamente non equiparabili a una testata giornalistica, di fatto responsabilità MAGGIORI rispetto ad essa, o se non altro lo condanna con maggiore facilità.

    Speriamo nella sentenza d’appello.

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