Coccolare il pubblico o ammaestrarlo?

Lion Tamer

Guardando i miei dati di vendita potrei addirittura pensare di diventare uno scrittore a tempo pieno (e quindi vivere dignitosamente di royalties), a patto di occuparmi soltanto di due sottogeneri del fantastico: le zombie apocalypse (e territori affini) e lo steampunk.
Ebook molto datati, e a cui non faccio spesso pubblicità, continuano a vendere almeno una copia al giorno. Parlo di Jalne, di Specie dominante e de I Robot di La Marmora. Mi lamento? Certo che no. Non sono così scemo, dai. Per contro, titoli nuovi, ma di argomenti più ostici ai lettori italiani, faticano molto a vendere un numero di copie a tre cifre. Mi riferisco per esempio agli spin-off di Sibir (questo e il suo seguito), o del ciclo de La Lancia di Marte.
Sono andamenti di mercato che poco hanno da spartire con la qualità. Si tratta semplicemente di gusti e di tendenze. Gli zombie funzionano alla grande da anni (e The Walking Dead ha amplificato ulteriormente il segnale). Lo steampunk va di moda, anche se sempre più spesso si allontana dalle caratteristiche che anni fa ne facevano un filone assai particolare.
A questo punto il lettore attento mi chiederà: “Perché non ti limiti a scrivere racconti di zombie e steampunk, così ti fai i soldi?
Già, bella domanda.

La questione in fondo è tutta qui.
Il pubblico va coccolato e assecondato, oppure bisogna cercare di ammaestrarlo?
Io opto più per la seconda risposta, che però è la più rischiosa, nonché forse quella sbagliata.
Mi piace l’idea di avere un parco-lettori curioso ed eclettico. Viceversa non amo molto i lettori monotematici e seriali, pur rispettando la scelta di ciascuno di gestire i propri gusti e i propri interessi narrativi.

I supereroi, per esempio, sono visti come fumo negli occhi da buona parte degli appassionati italiani del fantastico. Ce lo siamo già detto molte volte. Il genere viene visto come “immaturo” (non lo è) e “monotematico” (non lo è).
Non c’è altro modo di dimostrare il contrario, se non continuando a pubblicare racconti di questo tipo, affiancando a essi dei post di presentazione in cui si cerca di far comprendere dove e perché il lettore riottoso sbaglia. Cosa che farò sicuramente per il nuovo ciclo narrativo di racconti su Maciste.
Non si tratta più dunque di semplice promozione, bensì di un discorso più sottile e ideologico.

Lion Tamer 2

Ma se il pubblico proprio non vuole saperne di un certo genere, che si fa? Se i molteplici tentativi cadono a vuoto, occorre cambiare strategia?
Risposta: se vi servono le royalties per pagare delle bollette in scadenza, sì. Fatelo. Scrivete racconti di zombie, oppure roba erotica, urban fantasy… Scrivete roba che vende. Ma cercate di farlo in bella maniera, senza perdere il vostro stile. Siate dei mercenari della parola, ma dei mercenari fighi.
Se invece avete tempi più dilatati e potete continuare a sperimentare, magari alternando “cose che vendono” ad altre a cui tenete, ma che hanno un parco lettori più piccolo, proseguite nel vostro percorso. Se riuscirete a imporre al pubblico ciò in cui credete, consci della qualità che ci mettete, la soddisfazione sarà doppia.

Gli esperti di marketing dicono che questo è il periodo in cui occorre ricavarsi delle nicchie di mercato.
Difficile costruirle dal nulla, ma ci si può sempre provare. In realtà credo che il grosso problema sia un altro: non “ammaestrare” il pubblico, bensì comunicare con esso in modo costruttivo.
La sfida è aperta, ma non è detto che saranno gli scrittori più cocciuti a vincerla.
Comunque ho qui con me una keyboard e non ho paura di usarla. (semicit.)

Vediamo come va a finire.

tamblyn-williams

– – –

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23 commenti

  1. Il segreto di un’azienda di successo non è quello di soddisfare i bisogni dei suoi clienti, bensì di crearli. La gente ha un sacco di bisogni che non immagina nemmeno di avere. Quello che bisogna fare è semplicemente fare in modo che lo sappia.

  2. Io scrivo solo quello che mi piace. Non ho mai badato alle mode e al fatto che possa poi NON vendere. Di conseguenza coccolo solo a chi interessa ciò che scrivo. Se poi riesco ad avvicinare (ammaestrare?) qualche nuovo lettore alle mie tematiche tanto meglio, ne sono onorato 😀

    1. Io faccio più o meno come te 😉
      Ti pongo però un’altra domanda: se con la scrittura dovessi camparci, ti adegueresti alle richieste del pubblico? O cercheresti di cambiare lavoro?

      1. Eh… domanda da un milione di euro. Conosco diversi colleghi che l’hanno fatto. Sembra un po’ il vendere l’anima al diavolo: “Ti piace scrivere? Lo vuoi fare per tutta la vita senza pensare ad altro? Allora devi scrivere quello che dico io.” Sono onesto, d’istinto ti dico che non lo farei, ma mi ci dovrei trovare. Cosa che reputo molto difficile, comunque… 😀

        1. A me han sempre detto “il lavoro è lavoro”, quindi forse dovrei entrare nell’ottica dello scrivere ciò che vende. In fondo anche il vero impiego mi spinge a fare per 6-8 ore cose che certamente non mi piacciono 😀
          Però, in effetti, d’istinto non lo farei nemmeno io.

          1. E’ una gradne verità, in effetti, non l’avevo visto sotto quell’ottica: il lavoro è lavoro. Punto.

  3. Sono riflessioni che capita spesso di fare. Se si volesse veramente vendere, toccherebbe usare uno pseudonimo e scrivere ciò che tira commercialmente, o in alternativa scopiazzare i vari Brown e Cooper. E si perderebbe il gusto di scrivere, ma si pagherebbero le bollette.

    In alternativa, si rimane sulla strada della nicchia e si cerca di allargare la cerchia dei lettori. Ci vuole più tempo e un sistema alternativo per pagare le suddette bollette finché non si ha un parco lettori sufficiente.

    Rimarrò povero.

    1. Ci vorrebbe anche un minimo di curiosità in più da parte del pubblico.
      Ma qui hanno fatto di tutto per disincentivare la lettura come passione e diletto, quindi è davvero difficile pretendere qualcosa.
      Paghiamo i danni causati in almeno 30 anni.

      1. Hanno paura a provare a scoprire qualcosa, lo vediamo quando proponiamo la recensione di prodotti non mainstream, dal film alla musica, dal fumetto al libro: se non è per la massa, se non è pubblicizzato in TV, non è nulla.

  4. Posto che alla fine si scrive ciò che piace – o si scrive male – un pubblico di riferimento credo debba esserci.
    Differenziare l’offerta significa anche differenziare il pubblico – chi legge i miei horror in italiano legge anche i miei fantasy in inglese?
    C’è una sovrapposizione, ma i generi diversi sono anche in funzione di mercati diversi – si scrivono cose differenti per cercare lettori differenti.
    Per raggiungere più gente possibile, non solo per vendere più copie possibili.
    C’è però una grande pigrizia, questo sì – da parte di chi legge, e spesso di chi scrive.
    Noi però continuiamo a provarci.

    1. Trovare il punto ideale di incontro tra domanda e offerta.
      La nostra queste è tutta qui.
      In alternativa occorrerebbe creare la domanda dal nulla. Altrove funziona, stimolando necessità che altri non sanno di avere (come diceva Obsidian Mirror nel suo commento).
      Qui siamo un poco lontani…

  5. Io sarei per trovare quello che ci piace molto scrivere in ogni genere, soprattutto in un periodo come questo in cui nonostante tutte le innovazioni tecniche e contatti che si possono avere, comunque si chiede sempre “il fantasy deve essere così, l’horror cosà” {a me per esempio hanno detto che no, non si possono ‘mischiare’, a riprova che moltissimi lettori non vogliono la pappa pronta, ma proprio gli avanzi riscaldati}. E’ vero che gli zombie in questo periodo ne stiamo leggendo un bel po’, ma se tutti ci mettessimo a scrivere di Zombie perché effettivamente attira di più, ma lo facessimo ognuno seguendo quel che piace a noi, avremmo 100 storie diversissime da offrire al pubblico, perché non abbiamo qualcuno che ci standardizza, che attirerebbe nuovi lettori che poi guarderebbero tutti gli altri scritti che abbiamo fatto. Leggere libri nuovi dovrebbe portarti nuove conoscenze, qualsiasi formato essi siano. Quindi il lettore non credo debba essere ‘ammaestrato’ né ‘coccolato’, ma piuttosto riabituato alla propria curiosità, veicolata magari da qualcosa che li attira prima e poi possa permettergli di leggere cose nuove {;_; spero di essermi spiegata e non aver fatto confusione come il solito… }

  6. Davvero steampunk e zombie vendono? Bazzicando per le community di lettori non mi pare proprio che siano i generi più recensiti, tutt’altro.
    Personalmente ho rinunciato a considerare la scrittura un mestiere: è un hobby e come tale mi permetto di scrivere quel che mi pare.
    Per farlo diventare un mestiere ci vogliono ben altri numeri che una copia venduta al giorno (300 in un anno? Diciamo un reddito annuo di 300/ 600 euro?).

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