Il mio lavoro? Ammazzo i vampiri

A prima vista, uccidere vampiri nell’America dei nostri giorni potrebbe sembrare una professione non troppo redditizia. Ma se si possiede un’organizzazione come quella di Jack Crow, la Vampiri S.p.A., se si il tacito appoggio del Vaticano e, soprattutto, se le città americane pullulano di vampiri, si possono ricavare parecchi soldi. Ma anche molti problemi. Perché si può entrare in contatto con la vittima di un vampiro, e scoprire che è la più dolce, la più adorabile delle creature di questo mondo…

Questa è la sinossi, a mio parere non riuscitissima, della prima edizione italiana di Vampiri, romanzo di John Steakley che ha lo status di cult tra gli appassionati.
Cult perché è quasi introvabile (ma ne riparliamo a breve), cult perché ha portato la figura del vampiro in una nuova dimensione, moderna e feroce, senza derive svenevoli alla Twilight, ma lontana anche dal gotico stokeriano. Cult perché da questo romanzo è stato tratto l’omonimo film di John Carpenter, che è bellissimo, ma che prende solo ispirazione dal libro, andando da tutt’altra parte.

Vampiri (il romanzo) racconta di un gruppo di cacciatori di non-morti al soldo del Vaticano.
Crociati moderni, ma senza alcun romanticismo. Sono sboccati, violenti, tendenti all’alcolismo e alla rissa. Tutte queste sono conseguenze del vivere dando la caccia a dei mostri spietati e bestiali, difficilissimi da ammazzare, coriacei, orribili e guidati da maestri ancor più pericolosi.
Il loro capo è Jack Crow, un leader forte ma per nulla esente da difetti, dubbi, debolezze.
Un leader pieno di fallace umanità, e di eroismo.

I vampiri di Steakley sono simili a zombie (stupidi, affamati, privi di fascino), ma resistenti come dei terminator. Solo la luce del sole può ammazzarli sul serio, mentre paletti e argento li rallentano e basta.
I loro creatori, i già citati maestri, sono invece più simili ai non-morti classici, ovvero dotati di intelligenza, di fascino magnetico e di altre abilità ultraterrene.
I cacciatori guidati da Crow, che fanno parte di un più ampio piano di “bonifica” voluto dal Vaticano, si occupano di distruggere i covi, disseminati qua e là negli Stati meno popolati degli USA (ma esistono vampiri anche in Europa, anche se vengono citati solo in un paragrafo).
I mass media e la gente comune sono all’oscuro dell’esistenza di queste creature, o forse preferiscono semplicemente non crederci e pensare che si tratti d’altro, magari di criminali comuni, per quanto spietati.

Jack Crow,nel film di Carpenter ispirato al romanzo (interpretato da James Woods).

Lo stile di Steakley, che ha sicuramente ispirato quel piccolo capolavoro di Claudio Vergnani, Il 18° Vampiro, è irriverente, epico quando serve, dinamico, coinvolgente.
Leggendo il romanzo risulta impossibile non appassionarsi alle vicissitudini di Crow e dei suoi uomini, in particolare quella del pistolero Felix, che ha un ruolo fondamentale nella storia.

Vampiri – l’ho già detto – è un cult.
Quasi introvabile, non più ristampato dal lontano 1998, eppure ricordato con affetto da chiunque ha avuto la fortuna di leggerlo.
Era un bel periodo, quello, per i succhiasangue letterari. Era l’epoca che precedeva la trasformazione del vampiro in una figura young adult o prettamente sdolcinata.
Ci dovremmo interrogare sui motivi che hanno portato – noi tutti, appassionati del fantastico old style – a cedere questo mostro archetipo a un’altra categoria di lettori. Forse è venuta meno la voglia di approfondire, analizzare e sviluppare un certo genere di narrativa. La cosa vale specialmente in Italia, dove da anni, nel giro dell’editoria medio-grande, è proibito parlare di horror. Tutto viene ricondotto alla giallistica, al thriller, e di conseguenza gli altri generi sono stati cannibalizzati da settori specializzati in letteratura rosa, o per ragazzi.
Ma, si sa, il discorso è complesso.

Tornando a Vampiri: qualcuno lo definisce un western-horror moderno, ed è una descrizione che in fondo ci può stare, anche se il romanzo di Steakley è forse una singolarità, che ha fatto nascere un nuovo sotto-sotto filone.
Singolare anche la figura di Steakley stesso, desaparecido dopo aver pubblicato questo libro, che ha avuto un notevole impatto sugli appassionati di mezzo mondo.

La bella notizia è che su Amazon esistono alcune copie di questo romanzo, tra l’altro disponibili a prezzi stracciati.
Se non l’avete mai letto, sentitevi in dovere di farlo, prima che i fondi di magazzino finiscano per sempre. Dopodiché vi resteranno solo le bancarelle dell’usato, da battere palmo a palmo.
Se vi ho convinto, potete ordinare la vostra copia cliccando qui. Nel caso fossero già finite, non vi resta che leggerlo in inglese.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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7 commenti

  1. Davvero divertente, me lo ricordo con piacere quel film. Scopro solo adesso che esiste il libro!
    Mi stavo chiedendo… come mai la media-grossa editoria ha iniziato a scansare l’Horror? Per dire, molti consigliano di presentare agli editori (e parlo sempre di grosse aziende) il proprio romanzo Horror definendolo Dark Fantasy addirittura. Non si può più nemmeno nominare ormai? 😀

    1. Io credo (ma in realtà bisognerebbe chiedere a un editore), che uno dei possibili motivi sia stato cercare di allargare il mercato. Si è pensato che l’etichetta “horror” rendesse i titoli appetibili solo agli adolescenti brufolosi con la maglietta degli Anthrax, mentre se lo chiami “dark fantasy” attiri anche, chessò, il pubblico femminile che si ipotizza troppo delicatoi e sensibile per leggere King o Herbert o Straub (che idiozia) o peggio ancora autori meno conosciuti.
      Successe lo stesso con la fantascienza, che a cavallo fra gli anni ’90 e il 2000 veniva presentata come “technothriller” per cercare di acchiappare anche i lettori di Clive Cussler e di Dan Brown.
      Ma la mia ovviamente è solo una ipotesi, ed è molto poco lusinghiera nei confronti degli editori, che spero vorranno correggere i miei pregiudizi 😉

    2. Anche la fantascienza… oramai in Italia viene catalogata come thriller, o al limite thriller tecnologico.
      Credo faccia parte del pensiero diffuso secondo cui certi generi non vendano al di fuori di una stretta cerchia di appassionati.

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