Il battello del delirio

Con oggi continuo a pubblicare una serie di post in cui prendo in considerazione la letteratura vampiresca degli ultimi 3-4 decenni, rimanendo però nei confini dell’horror puro, ed evitando volutamente tutto ciò che rientra nei parametri del paranormal romance.
Non so esattamente perché lo sto facendo, sono sincero, ma spero che alla fine venga fuori un bel quadro d’insieme, nonché un elenco di roba interessante da leggere o da rileggere.
Prossimamente credo che tornerò a esaminare anche il trittico di Claudio Vergnani, a circa 7-8 anni dalla prima lettura.
Nel mentre vi ricordo che ho già parlato di Vampiri e de Le Notti di Salem.
Oggi tocca a Il Battello del Delirio, scritto nientemeno che da un certo George R. R. Martin, prima del suo clamoroso exploit con Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. L’avevo già recensito anni fa, sul vecchio e defunto Blog sull’Orlo del Mondo.
Vediamo che cosa recuperare di quell’articolo, e cosa cambiare.

Fiume Mississippi, 1857. Il ghiaccio di un gelido inverno ha appena distrutto la flotta commerciale del capitano Abner Marsh. Privo di assicurazione, il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato. Ma ecco che, inaspettatamente, un bizzarro straniero di nome Joshua York si offre di rilevare la metà della sua compagnia di navigazione in rovina, mettendo sul piatto una cifra spropositata. Ma non è tutto. York intende investire il proprio denaro nella costruzione del battello più lussuoso, più bello e soprattutto più veloce che abbia mai solcato le torbide acque del Mississippi, e per di più ne offre il comando al capitano Marsh. L’unica condizione posta da York è semplice: gli ordini da lui impartiti saranno pochi, ma per quanto strani o assurdi possano sembrare, ogni qual volta verranno emanati, Marsh dovrà assicurarsi che essi vengano eseguiti alla lettera, senza fare domande. E così il nuovo gioiello del fiume, battezzato Fevre Dream, inizia il suo viaggio. Tuttavia, man mano che il battello discende il tortuoso corso del Mississippi, Marsh prende a insospettirsi sempre più. Perché il misterioso York si fa vedere soltanto di notte? Come mai lui e i suoi amici si dissetano ogni sera col disgustoso vino nerastro della sua riserva privata? Quando la verità sarà finalmente rivelata, il capitano dovrà scegliere da che parte stare…

Martin scrisse di vampiri nel 1982, quando le creature della notte per eccellenza non erano più tanto di moda, bensì sopravvivevano (come non-morti, s’intende) nel cuore dei veri appassionati, cresciuti con Bram Stoker, Bela Lugosi, Nosferatu e i film della Hammer.
Eppure Il battello del delirio, considerando la data della prima edizione americana, risulta ancora oggi un romanzo fresco, in cui i vampiri sono sì connotati da caratteristiche innovative rispetto agli stereotipi stokeriani, ma al contempo non vengono denaturati. Non sono cioè delle figure romantiche per storielle romance. Né l’ambientazione lo permetterebbe, visto che il romanzo è ambientato negli Stati del Sud dell’America di metà Ottocento.
Qualche paragone con Mark Twain può dunque venire automatico, anche se il realtà Il battello del delirio è un romanzo che non tende a scopiazzare i classici della letteratura americana del XIX secolo.
In un certo senso potremmo interpretarlo come un bizzarro road book vampiresco, dove, al posto della strada, è il Mississippi a costituire il viaggio dei protagonisti. Oppure consideriamolo un weird west marcatamente horror, anche se è una definizione che va strettina a questo romanzo.

La versione a fumetti (esiste anche in versione italiana).

I lettori delle Cronache sanno che Martin è sempre stato molto abile nel tratteggiare le sue ambientazioni. Lo si vede anche in questo romanzo, dove è in primis il fiume a farlo da padrone. La vita dei battellieri, le miserie della schiavitù e dei negrieri, le leggende macabre del Mississippi: tutti tasselli che compongono uno scenario di eccezionale fascino, in cui vari personaggi, primari e secondari, a volte passano addirittura in secondo piano rispetto all’insieme.
Tuttavia Il battello del delirio gode anche di due protagonisti particolarmente azzeccati: il vampiresco capitano York, e il suo socio in affari, il burbero Abner Marsh, a cui toccherà il compito di scoprire, poco alla volta, chi sono i misteriosi viaggiatori notturni che trasporta sul suo battello. Marsh è un personaggio tipicamente martiniano: antieroe per eccellenza, a partire dal brutto aspetto fisico, dal carattere burbero e rude, riesce comunque a ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto, risultando più carismatico rispetto alla sua controparte vampiresca, che ha invece una caratterizzazione che ricorda per molti versi i revenant nati dalla fantasia di Anne Rice. Proprio nel rapporto tra i due Martin riesce anche a ricavare un romanzo sull’amicizia, che a volte può essere bizzarra ed estranea a ogni genere di previsione.

Passando all’aspetto meramente orrorifico del libro, esso si discosta in parte dalle solide tradizioni vampiresche, pur non tradendone del tutto l’archetipo. Di nuovo, siamo quasi dalle parti di Anne Rice, ma con più sangue e con meno melense romanticherie. Come valore aggiunto, apprezzabile e affascinante, Martin aggiunge degli spunti che oserei definire “fantarcheologici” sulla stirpe dei vampiri, lasciando la fantasia a briglie sciolte in quello che forse è il capitolo più riuscito del romanzo.
Mi ripeterò: ricordate che la prima edizione di questo libro è del 1982. Vale a dire ben prima del noto gioco di ruolo pubblicato negli anni ’90 dalla White Wolf, che ha come fulcro l’idea che i non-morti siano discendenti del Caino biblico. Bene, sappiate che Martin ha anticipato questo spunto intrigante e ne parla proprio ne Il battello del delirio.
La concomitanza di tutti questi elementi vanno a comporre un romanzo molto riuscito, forse non trascendentale, ma appassionante, avvincente ed elegante.

Se vi interessa leggerlo, lo trovate in italiano, in versione cartacea o ebook. Lettura impegnativa ma molto gradevole.

La copertina dell’edizione inglese.

Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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Un commento

  1. Vero, lettura impegnativa… infatti mi riservo il diritto di finirlo, prima o poi. Ma dovrò rileggerlo da capo…
    A parte – ovvio – la sua saga più famosa (che aveva comunque alcuni tomi parecchio impegnativi, vedi il secondo), ho gradito molto Armageddon Rag.

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