I giorni autenticamente buoni

I giorni che ci sembrano autenticamente buoni — buoni in tutti i sensi — sono abbastanza rari. Secondo Louis, nella migliore delle ipotesi le giornate così assommavano a meno di un mese, nel corso di una vita umana. In conclusione, Louis aveva l’impressione che Dio, nella sua infinita saggezza, si mostrasse assai più generoso quando si trattava di distribuire il dolore. (Pet Semetary)

Qualche settimana fa ho sentito su Radio24 un’intervista a una giovane youtuber italiana di tendenza (non ricordo il nome, sorry). Gli argomenti che tratta sul suo canale, diceva, vanno dai viaggi al videomaking, passando per lo shopping online e cose simili. “Quali sono i tuoi video che riscuotono più successo?“, ha chiesto a un certo punto la speaker. “Quelli in cui parlo dei fatti miei“, ha risposto l’intervistata.
In effetti è proprio così che va Internet. Anni interi spesi a gestire un blog che tratta principalmente di fantastico e di scrittura, e i post più letti sono sempre quelli che parlano di faccende personali (o le polemiche – quelle poi sono imbattibili).

Il voyeurismo del Web è un fenomeno noto, non scopro nulla di nuovo.
Eppure ultimamente ho cercato di limitare parecchio gli articoli riguardanti cose estranee al mio mondo di autore-blogger-divulgatore, concentrandomi sui tanto strombazzati contenuti, spesso pubblicando post che tecnicamente interessano a una nicchia piuttosto selezionata di lettori. Penso per esempio a quelli sulla narrativa vampiresca, o sulle streghe, scritti in concomitanza al making of del mio ultimo romanzo.

Avrei potuto alternare a tutto ciò dei post su quanto sia sempre più complicato lavorare come autore indie, nel tentativo di sfuggire del tutto al meccanismo del do-ut-des, che sembra essere l’unico, debole carburante su cui si regge la letteratura italiana del fantastico. Avrei potuto raccontarvi straordinarie storie di ostracismo, di concorrenza sleale, di mobbing.

Avrei potuto buttarla sul personale, raccontandovi di quanto il desiderio di trasformare la scrittura nel mio lavoro primario sia diventata la quasi necessità di guadagnare la pagnotta quotidiana attraverso la scrittura, considerando l’instabilità del settore in cui attualmente svolgo il mio “lavoro vero” (cit).

Avrei anche potuto spiegarvi quanto diventi complicato, anno dopo anno, occuparsi di un genitore anziano rimasto anzitempo vedovo, e al contempo cercare di non lasciarsi seppellire dalle responsabilità, di continuare a coltivare l’illusione di avere una vita propria, dei momenti di relax, una compagna, degli hobby da coltivare. Vi avrei potuto raccontare il brivido cool di una quotidianità scandita dal rituale “ricordati di prendere la pastiglia per la pressione-colesterolo-cuore”. Avrei potuto descrivere quell’ansia che provi ogni mattina, quando apri gli occhi e speri che dall’altra parte sia un giorno “sì”, non scandito da emergenze di salute o d’umore.

Oppure avrei potuto narrarvi di come è cambiato il mio settore lavorativo, dove l’analisi e gestione dati viene sempre più delocalizzata in paesi come l’Albania, la Romania, la Macedonia, il Sarkazzistan, oppure viene affidata a giovanottoni freschi di laurea e assolutamente sottopagati (e spesso incapaci di svolgere un qualunque tipo di incarico – perché non hanno ricevuto alcuna formazione specifica). Vi avrei potuto dire la mia su un paese il cui concetto di lavoro è sempre più una presa per i fondelli, una corsa al ribasso, a chi offre meno e a chi è costretto ad accettare quel meno, pur di guadagnare qualcosa.
Però il problema sono lo ius soli e la difesa della famiglia tradizionale.

Avrei potuto raccontarvi il crescente disagio nel vedere un sacco di contatti Facebook, persone intelligenti e di cultura, coccolare, tra il serio e il faceto, una certa nostalgia per il Ventennio. Lo fanno, se non nello specifico (ovvero senza pubblicare foto di Benny Mussolini o dei fasci littori) nei ragionamenti, in quella rincorsa vomitevole al populismo più becero, che non permette più a questo paese di crescere, di guardare al futuro, di pensare alle cose serie.
Lavoro, istruzione, assistenza agli anziani e ai malati, arte, cultura, letteratura, porca puttana. Niente di tutto questo: oramai su 3/4 delle bacheche dei miei contatti FB si parla solo di negri, di clandestini, di difesa del matrimonio tra uomo e donna. Ma ce n’è anche dall’altra parte, non temete, tra un femminismo spesso esagerato e isterico, un combattere battaglie idiote e iper-buoniste, che non fanno altro che foraggiare ulteriormente i populisti di ogni colore e latitudine.

Avessi trasformato Plutonia in questa roba qui, magari avrei fatto dei numeri da circo equestre, e qualcuno mi avrebbe invitato a tenere delle rubriche su dei magazine di tendenza (bocca mia, TACI).
Oppure avrei potuto continuare a parlare delle storture dell’editoria italiana, che è uno stagno, ma uno stagno a cui molti guardano, e di cui si fa n gran parlare. Per dirla tutta sono più le chiacchiere che non i bei libri, quelli che escono dal nostro piccolo acquitrino.

Ma sapete cosa?
Ho visto che le lamentele attirano i vampiri psichici, così come il sangue attira quelli veri (ammesso che esistano, eh!).
Parlare di disgrazie e di sfortune personali mette sempre di buonumore chi ci vuole male, e permette ad altri di andare in giro a dire “ma guarda questo frignone, che piange miseria!“. Perché le voci riportate girano per vie tortuose, magari fanno percorsi lunghissimi, ma poi arrivano. E uno ci rimane sempre male, a vedere quando sia diventato scarsamente empatico questo mondo. A vedere quanto la cattiveria sia il sentimento più diffuso e contagioso.
E a me francamente non importa affatto di foraggiare chi è nascosto dietro un monitor a rimuginare odio.
Non voglio che la mia vita privata diventi motivo di giubilo per chi si nutre di pettegolezzi e di negatività. Né cerco solidarietà o sfogo, perché oramai sono convinto che sia opportuno cercarli altrove. Tra amici veri (virtuali o reali che siano), gente che stimi e che magari ti stima un po’.

Non mi interessa nemmeno discutere dell’editoria italiana, dei suoi drammi e delle sue tragicommedie. Non ho più voglia di prendermela con chicchessia, di spiegare perché certi meccanismi sono insani e malati. Non mi importa NULLA di editori che chiudono e di altri che aprono. Al solito continuo a guardare i singoli contenuti (libri, editori, iniziative), e ad appassionarmi di ciò che mi piace, di ciò che mi dà soddisfazione, senza per questo dover entrare in una delle tante tribù in guerra che ci sono là fuori.

L’unica risposta che sto cercando di dare attraverso il blog e i miei social – e non sempre purtroppo mi riesce farlo – è parlare del bello.
O meglio, delle cose che ritengo belle e che possono essere tali anche per chi condivide i miei gusti, i miei interessi.
I guru suggeriscono di uscire dalla comfort zone, per avventurarsi in territori inesplorati. Io la comfort zone la sto ancora ricreando, da dieci anni a questa parte, quando la mia vita è cambiata, giocoforza del destino.
Leggere, parlare di libri e scriverli è qualcosa che mi fa bene. Che tutto ciò sia anche diventato un lavoro non mi ha ancor tolto il piacere che deriva da queste attività.
Cercare nuove testimonial per il mio blog è qualcosa che mi fa bene. Va al di là del proporre una ragazza affascinante per fare promozione ai miei ebook – non so se mi spiego. Fa parte di quella ricerca del bello di cui dicevo poc’anzi.
Allo stesso modo la mia comfort zone è fatta di attività quali organizzare un weekend fuori porta, trascorre più tempo possibile coi mie cani, rivedere o risentire una persona a cui tengo, attendere l’uscita di un film al cinema (o su Netflix), di un libro (o di un ebook), godermi una partita di calcio, mangiare un piatto di cui avevo voglia, etc.
Filosofia spiccia?
Non lo so, forse.
Io lo chiamo “non avvelenarsi l’anima”.

Statisticamente parlando il mio futuro potrà solo essere peggiore del mio presente. La prospettiva, se mi fermo a ragionarci su, è agghiacciante. Eppure ci sono delle possibilità che sia anche l’esatto contrario – ossia migliore.
Far sì che questa seconda alternativa diventi più realizzabile passa anche dal rifiuto di sottoporsi ulteriormente a una realtà fatta di inutili pettegolezzi, di esportazione reiterata della negatività e del prestare il fianco a chi aspetta l’esposizione pubblica delle nostre debolezze.

Cercare la serenità nel caos è l’unica via. Quantomeno per me.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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12 commenti

  1. Ottimo articolo. Abbandonare la “zona di confort” serve nel mondo di tutti i giorni e in specifici momenti della vita, non qui. Qui, in base a quello che si vuole portare avanti, è giusto seguire coi propri intenti. E l’importante è fare cose che ci facciano stare bene.
    A presto 😉

  2. Hai le idee molto chiare su quello che vuoi e la costanza di perseguirlo, e ti invidio tantissimo per questo, sappilo. Quasi tutto il resto non è nelle nostre mani, e quindi dobbiamo prendere quello che viene.
    In ogni caso, sottoscrivo più o meno ogni parola del tuo discorso, specie i passaggi sul “bello”.

    1. In realtà ho le idee molto confuse, sono un indeciso cronico e in molte cose sono anche un pavido 😛
      Però cerco di portare avanti qualcosa in modo lineare, per vedere che succede… In ogni caso credo che la peggior cosa sia l’immobilismo e il lasciarsi trasportare totalmente dagli eventi.

  3. Credo dovrò fare un post in risposta a questo, perché io sono uno dei frignoni che piangono miseria, e sono colpevole anche di altri post nei quali parlo dei fatti miei.
    Però sai cosa?
    Ho scoperto che tanto chi ti odia il modo per parlar male, fare battutine e sputazzare veleno lo trova anche se parli solo dei tuoi progetti. E la cosa spaventosa è che c’è subito chi si accoda, condividendo e commentando le cattiverie. E non so se sia peggio chi ti conosce, e si accoda, o chi non ha idea di chi tu sia, ma si accoda.

    1. Ma guarda che lo fanno anche con me. Accusarmi di essere uno che si lamenta sempre etc etc. E sì, c’è chi si accoda allo spernacchiamento, alla derisione, perché tanto oramai tutto funziona per fazioni, e rimanerne fuori dà l’impressione di essere dei reietti.
      A volte invece è soltanto sintomo di intelligenza, o quantomeno di sensibilità.

  4. Saggio!
    Che la vita abbia il suo apice tra i venti anni e i trenta(cinque?), e poi il declino, è inevitabile, ma effettivamente resistono a lungo delle sacche di divertimento e di piacere che rendono l’esperienza meritevole di essere sempre e comunque vissuta.
    La tua filosofia comunque risuona con alcuni ragionamenti che ho fatto anche io, non posso che essere d’accordo su tutta la linea!

  5. Cercare di vivere bene è diventato una sorta di resistenza civile. La spinta verso il basso, a sprofondare lo sguardo nel fango, arriva da talmente tante fonti che faccio fatica a tenere il conto. Ben venga cercare il bello della vita e/o delle singole esperienze, trovare conforto in cose bellissime con l’amore incondizionato che può dare un cane o nei piccoli (!) piaceri che può procurare l’intrattenimento.
    In fin dei conti, possiamo essere responsabili solo delle nostre cose e della nostra volontà e serve a poco (nulla?) occuparsi di chi invece di vivere le proprie cose cerca di giustificare la propria esistenza occupandosi degli affari nostri. Resisti Alex. Alla faccia di chi ti vuol male.

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