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La vera storia di Barbablù

Da bambino in casa giravano le audiocassette di alcune fiabe di Charles Perrault, lette e “recitate” da degli attori specializzati in questo genere di lavori. Non ricordo affatto i loro nomi né quelle delle cassette in questione, che sono finite chissà dove (nella pattumiera, presumibilmente). In pratica possiamo considerarle gli antenati dei moderni audiobook, che nel 2018 stanno conoscendo un certo successo.
Le favole che sentivo erano Cenerentola, Biancaneve, Pollicino, La Bella Addormentata nel Bosco e… Barbablù.
Quest’ultima mi terrorizzava. Si tratta di una delle fiabe più cupe mai scritte e, sentirla recitata con le voci spaventate degli attori che realizzarono quell’audiocassetta, era un’esperienza spaventosa. Specialmente per un bambino di 7-8 anni.
Tuttavia non potevo fare a meno di riascoltarla. Forse era il primo, piccolo passo verso la futura passione per l’horror.
Ma la storia di Barbablù è inquietante di per sé.

C’è chi sostiene che Perrault si ispirò a delle figure realmente esistite, per scrivere la fiaba dello uxoricida dalla barba colorata. Alcuni dicono che dietro Barbablù ci sia nientemeno che il Re inglese Enrico VIII, che ebbe sei mogli, alcune delle quali furono fatte uccidere per liberarsi dal fardello matrimoniale.
L’interpretazione che va più per la maggiore fa invece corrispondere il personaggio di Barbablù al barone Gilles de Rais, un nobile francese, proprietario di immense tenute e castelli, che aveva combattuto al fianco della Pulzella d’Orleans. Egli venne accusato e condannato per la tortura, lo stupro e l’uccisione di un gran numero di bambini in occasione di vere e proprie cerimonie pantagrueliche di lusso e lussuria, culminanti col sacrificio di fanciulli adescati tra la povera gente, poi fatti scomparire. (Fonte Wikipedia, per la descrizione di quest’ultimo). Lo spietato Gilles de Rais aveva un soprannome: Barbablù.

Altri studiosi ritengono invece che Perrault non si ispirò a nessuno in particolare, se non forse alla figura dell’orco, che proprio grazie alle fiabe assunse lo stereotipo del crudele bruto uccisore di donne e bambini.
In realtà la figura di Barbablù ha, se vogliamo, uno scopo molto più diretto e semplice: egli rappresenta la pericolosità insita nella curiosità umana, in particolare quella femminile. In questo senso è paragonabile ad archetipi ancora più famosi: Eva, Psiche, perfino Pandora.

Nel mio Tomato Moth ho riutilizzato le fiabe di Perrault in chiave urban fantasy (e un poco steampunk – ma non vi dico altro). Barbablù non manca all’appello ed è forse uno dei capitoli più azzeccati del romanzo.
Ma forse la mia è anche una forma di omaggio – o di sfida – a quella vecchissima audiocassetta che tanto mi terrorizzava…

Una delle copertine provvisorie della versione game novel di “Tomato Moth”.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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