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Perché Stranger Things 3 funziona

In questi giorni sto leggendo qualche commento strano sulla terza stagione di Stranger Things.
Ok, i pareri in generale sono piuttosto entusiasti, o quantomeno soddisfatti. Poi c’è questa frangia di scontenti che si lamenta perché la season 3 “ha un ritmo troppo lento”.
E vabbé.
Io non so quanto e come la gente si approcci alle serie TV. Per quel che mi è dato vedere, il pubblico televisivo (termine non corretto, con cui identifico telefilm, serie, fiction a puntate etc) è in rapidissimo aumento, spesso preponderante rispetto a chi si degna ancora di andare al cinema.
Quindi, partendo dal presupposto che la gente vede un sacco di serie, mi chiedo cosa ne pensino di quelle strapiene di filler, di puntate e di side stories riempitive, utili soltanto ad allungare il brodo.
Non c’è nulla di male in questo. A molti piace il brodo lungo, a molti piace che una cosa bella (o piacevole) duri il più possibile.
Poi però mi chiedo se sono gli stessi che reputano Stranger Things 3 “troppo lento”. A me è sembrato un film di 8 ore, altro che lento. Poi ciascuno la pensi come vuole.
Cambiamo discorso.

Il bello di ST, fin dalla prima stagione, è il modo con cui crea empatia coi protagonisti e coi comprimari.
Parliamo di ragazzini che vivono incredibili avventure negli anni ’80.
Quei ragazzini siamo noi, o meglio, sono ciò che noi siamo stati, o ciò che abbiamo sognato di essere in passato.
L’abbiamo sognato attraverso film, libri, fumetti, cartoni animati (noi li chiamavamo così) e videogiochi. In questo senso gli anni ’80 sono stati un enorme serbatoio per l’immaginario delle generazione a venire. Che ora vengano mitizzati in modo eccessivo, o forse distorto, è un discorso che meriterebbe un post a parte (no, non lo scriverò). Tuttavia è innegabile che in quel decennio ci sia stato un boost del fantastico che ci condiziona ancora oggi.
In Stranger Things c’è tutto questo. C’è stato fin dalla prima serie, e continua a esserci, nonostante i protagonisti non siano più dei ragazzini.

L’empatia con l’ambientazione, coi personaggi, coi richiami alla cultura popolare (o nerd, chiamatela come vi pare) funziona ancora, ed è perfetta soprattutto in questa stagione estiva, dove il caldo ci porta maggiormente a viaggiare con l’immaginazione.

Ma l’elemento che rende ST un prodotto davvero buono è, a mio parere, il suo concentrarsi sul tema dell’amicizia.
Perché ok l’avventura, i Mind Flayer, il Sottosopra, le citazioni nerd, ma è proprio quel senso di fratellanza tra ragazzini che entra nel cuore.
Io non so che genere di infanzia/adolescenza avete vissuto voi che mi leggete. Per quel che mi riguarda ho avuto degli amici perfetti (almeno, col senno di allora), non troppo diversi da quelli che vivono ad Hawkins, Indiana. Ci si divertiva con film (horror, fantascienza, fantasy), giochi di ruolo, videogame, fumetti etc. Si sognavano avventure mirabolanti, magari esplorando vecchie case abbandonate, e al contempo si cresceva.

L’amicizia tra ragazzini è una forma di famiglia supplementare, che in quegli anni va oltre ciò che offre la famiglia naturale. C’è un senso di comunità, con gli amici che abbiamo tra gli 11 e i 15 anni, che difficilmente avrà qualcosa di altrettanto inteso, negli anni a venire.
Parliamo dell’età in cui si formano i nostri interessi, la nostra personalità, il nostro carattere, e parte di tutto ciò deriva proprio dagli amici che abbiamo.
Dicono che le nuove generazioni abbiano accelerato tutto, che brucino le tappe, senza godersi i passaggi intermedi.
Chissà se è vero.

Tornando a Stranger Things 3, l’elemento dell’amicizia è sempre primario e, considerando che i protagonisti stanno crescendo di pari passo con gli spettatori, viene anche affrontato il momento in cui alcune amicizie vengono messe in difficoltà dai primi amori. A volte resistono, altre volte no.
Comunque questo genere di narrazione è molto bello, o quantomeno a me piace molto.
Poi tutto il resto viene da sé.


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Una risposta a "Perché Stranger Things 3 funziona"

  1. L’ho finita ieri sera. Mi è piaciuta, non l’ho trovata per niente lenta e ho gradito sia i personaggi che la trama.
    L’unico aspetto che mi ha leggermente ‘deluso’ è l’interazione tra i personaggi che ho trovato più debole del solito, quasi da sit-com. Soprattutto le coppie Joyce/Hopper e Steve/Dustin sembrano muoversi lungo una sequenza continua di battute e per questo ho faticato più del solito a riconoscerli come personaggi ‘genuini’ al contrario delle precedenti stagioni. O magari sono io.

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