Lasciamo le dittature a chi le ha davvero

Ieri ero molto arrabbiato.
Non che oggi vada granché meglio, ma ieri ero fuori di me. Chi mi segue su Facebook se n’è accorto appieno.
La sintesi del mio sfogo la potete trovare nel video inizialmente postato proprio su FB, ma che ho deciso di condividere anche sul mio piccolo canale YouTube. Lo trovate qui.
Riassumendo la questione, per chi non ha Facebook e per chi non ha tempo/voglia di spendere 6 minuti su YouTube: diverse persone stanno battendo i piedi per la gran voglia di uscire dalla quarantena. Sicché affermano che il 4 maggio loro “usciranno di casa, capiti quel che capiti.
Immagino che questa affermazione voglia dire che lo faranno anche nel caso dovesse venire prolungato il lockdown, a discapito di eventuali rischi sanitari.
La cosa peggiore di tali propositi è però quella di invocare una “dittatura degli scienziati” in atto nel nostro paese. A me questa leggerezza di comunicazione, questa ignoranza compiaciuta (in alcuni casi), questo atteggiarsi ai ribelli (in altri casi) manda davvero il sangue alla testa.

Senza ripetere ciò che ho già detto nel video, mi limito a ribadire com’è possibile pensare che i virologi abbiano dei guadagni a far collassare la nostra economia, a chiuderci in casa mettendo a dura prova i nervi degli italiani.
Il senso di questa presunta dittatura, secondo chi la denuncia, sarebbe quella di difendere la visibilità che gli scienziati hanno guadagnato dall’inizio della pandemia a oggi. Li considerano quindi degli influencer, né più né meno.
Che poi alcuni virologi sbaglino il loro approccio alla comunicazione sui social (o in TV) è anche vero, ma non credo che qualcuno di loro abbia mai pensato di esagerare l’allarmismo sul Covid-19 per mere ragioni di tornaconto di immagine.
Ma davvero credete che la gestione di una crisi tanto grande funzioni così?

Preciso tre cose e non mi dilungo ulteriormente:

  • Riaprire è necessario. Non sto affermando che dovremmo restare tappati in casa fino a settembre. Ma la riapertura dovrà essere sensata e graduale. “Io esco perché sono un animale sociale” (affermazione che ho letto su FB) è cosa ben diversa dal “io vorrei uscire perché devo lavorare.” Credo che sia quasi superfluo dirlo, ma è meglio specificare.
  • Ovviamente non dobbiamo svendere la nostra libertà. Sono il primo a essere molto cauto riguardo ai metodi di tracciamento tramite smartphone che stanno sviluppando in questi giorni. Credo che – ancora una volta – il discorso vada affrontato in modo serio, e non come un talk show di Massimo Giletti.
  • Ogni pandemia ha una fase 2, un’ondata di ritorno. Si tratta di un processo quasi inevitabile in questo genere di fenomeni. Infatti è notizia di ieri che le autorità sanitarie hanno confermato un sicuro ritorno del Covid in autunno. Anche perché il virus è ancora oggi là fuori e i numeri che lo riguardano non sono affatto rassicuranti. Quindi essere cauti è un’esigenza, non allarmismo, né dittatura. A volte leggere qualche libro può illuminare la mente.

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3 commenti

  1. Solo a sentire queste persone mi viene il mal di testa. Non capiscono che dobbiamo restare dentro casa per il nostro bene e che non c’è nessun complotto mondiale. E soprattutto basta prendersela con la scienza. La scienza è cattiva, il virus è stato creato il laboratorio ecc… Ho capito che le persone sono spaventate e cercare un colpevole è qualcosa che può tranquillizzare gli animi (anche se per me è una cosa terrificante), ma devono cercare di capire la situazione. Io spero tantissimo che il 4 maggio la gente non faccia casini. Anche perché ci sono persone con cariche politiche molto importanti che stanno facendo pressione per aprire tutto senza riflettere su quest’azione.

  2. Non capisco tutti questi sospetti sul tracciamento.
    Su Facebook vedo la gente impallarsi a mille su questa app, che sarebbe un attentato alla privacy, e subito dopo pubblicare raffiche di cose tipo “che patata saresti se fossi un ortaggio” o “che lavoro faresti nell’antica Roma in base alla tua foto profilo?” (comunque sarebbero tutti schiavi, imo).
    Ogni volta che ci registriamo su un sito, che sia un social o la sezione blog di un quotidiano, cediamo i nostri dati a terzi, beninteso, senza leggere nulla sul trattamento dati (abbiamo fretta di arrivare sul sito per diffondere le nostre cazzate o leggere l’articolo che conferma la nostra visione del mondo).
    Ogni volta che firmiamo una petizione online (peraltro inutili) stiamo cedendo i nostri dati ad aziende che li rivendono a terzi (e poi ci meravigliamo da dove l’ennesimo call center ha ottenuto il nostro numero o la nostra mail per inondarci di spam).

    La privacy è il bene a cui teniamo di meno in assoluto. Non vedo perché dovremmo preoccuparci di un’app che, da quello che leggo in giro, sarà anche inutile perché si basa sulla collaborazione della gente (posso anche sbagliarmi su questo, quindi sono aperto a correzioni). Da quanto ho capito, se sei infettato lo devi comunicare via app, in modo che l’app stessa avvisi i telefoni della gente con cui sei entrato in contatto nelle due settimane precedenti.
    Premesso che, secondo me, puntare sul senso civico degli italiani è una scommessa persa in partenza, ma davvero credono che la prima cosa che a uno venga in mente quando scopre di essere positivo sia avvisare gli altri? Temo che sarà un buco nell’acqua come l’app della Regione Lombardia (“locomotiva” d’Italia e case study per tutto quello che non funziona in Italia).

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