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Non è solo una questione di lingua

Nei meandri oscuri e complottisti della Rete, dove noi blogger ci troviamo per elaborare orrendi piani di distruzione del mondo (la diffusione degli ebook, le prese in giro al modello standard, gli sbeffeggiamenti dell’editoria italiana etc etc) siamo arrivati oramai a una presa di coscienza univoca: scrivere nella sola lingua italiana è l’anticamera dell’insuccesso.
Trascurando per un attimo quelle lingue che nel giro di un decennio o due verranno parlate in tutto il mondo – mandarino, portoghese, spagnolo – la via maestra è e resta l’inglese. Quindi la soluzione, semplice purtroppo solo sulla carta, sarebbe quella di scrivere e pubblicare, o autopubblicare, proprio in inglese. Specialmente per tutto quel genere di storie di cui ci occupiamo qui su Plutonia. Il “fantastico”, insomma.
Qualche nostro autore ha già capito l’antifona, traducendo parte della sua produzione anche per il mercato anglofono. Penso a Francesco Dimitri a Dario Tonani e ad altri.
Certo, non è una strategia a portata di tutti. Tra il leggere in inglese e scrivere nella stessa lingua c’è un mare nel mezzo, colmo di difficoltà. Infatti in questo articolo non ci occuperemo del come attuare qualcosa del genere.

Eppure c’era un periodo, non troppo lontano, in cui la letteratura fantastica sul mercato italiano faceva faville.
Importavamo il meglio degli autori stranieri, con un occhio di riguardo per saghe mature che negli anni sarebbero diventate i caposaldi del genere. Le librerie traboccavano di ottimi romanzi. Editrice Nord e Fanucci, tanto per citare due nomi noti a tutti gli appassionati, facevano la gara nell’offrire qualità e quantità.
Quindi, ne deduco, i lettori italiani interessati a queste tematiche c’erano, eccome. Non mi serve un grande sforzo mnemonico per ricordare il piano interrato della Mondadori di corso Vittorio Emanuele, ricolmo di volumi di fantascienza, fantasy e horror. Oppure le librerie che visitavo in vacanza, in cui questi generi la facevano da padrone. Bancali ricolmi di bellissimi volumi nuovi e usati. E sono solo due esempi tra i tanti.

La fantastica Serie Oro della Nord… sigh.

Poi qualcosa evidentemente è cambiato. Direi attorno alla metà degli anni ’90. Le case editrici storiche hanno cambiato CDA, snaturandosi. Quel che rimane oggi di Fanucci, per dirne una, è il pallido spettro (o forse nemmeno) di ciò che era in passato.
Qualcuno ha dapprima fatto passare la teoria secondo cui “gli italiani non sono interessati al fantastico“. La fase due è stata la rieducazione – ossia il rimbambimento – dei lettori tramite robe fintorealistiche, alla Moccia e alla Fabio Volo. Attinenti alla realtà, o così raccontano agli adolescenti. La fase tre, oggi in atto, è la riproposizione di un fantastico in chiave trash, tra horror romance, fantasy standardizzato e young adult spacciato per un mix tra questi e altri sottogeneri.
A volte ho l’impressione che il fantastico, quello vero, interessi solo a noi veterani, più a qualche ragazzo miracolosamente scampato al brainwashing dell’editoria italiana. Sono però proprio questi soggetti i primi a capire di dover orientare le loro attenzioni verso il mercato inglese. Sia come lettori che (eventualmente) come scribacchini.

Oramai il giocattolo è rotto. Le case editrici che cercano, lodevolmente, di ricreare una tradizione di genere in Italia possono contare su una base di lettori molto scarsa. Eliminando le “grandi sorelle” (che la qualità non sanno nemmeno dove sta di casa), i piccoli/medi editori possono contare su una media di venduti di 300 copie a libro. Una miseria che non fa rientrare nemmeno nelle spese. In pratica non se li fila nessuno, proprio perché gli italiani hanno disimparato ad amare certi generi, oltre che a snobbare la lettura come passione/interesse/hobby.
L’editoria digitale, compresa quella autoprodotta, può contribuire a ricostruire qualcosa di decente. Sarà un processo lento e doloroso. Partirà dal basso: dai blog, dai social network, dalle case editrici che hanno capito di doversi muovere lontano dalle strategie che andavano bene vent’anni fa ma non più oggi.
Recuperare l’interesse dei lettori è il passo senza il quale ogni altra pianificazione futura risulta inutile e superflua.
E’ vero che il gap tra lettori anglofoni e italiani è e sarà sempre incolmabile. Tuttavia in questo paese siamo in oltre 60 milioni di abitanti, buona parte dei quali presenti su Facebook. Insomma, non siamo dei retrogradi digitali come qualcuno vuole farci credere. Solo che dovremmo smetterla di cazzeggiare su FarmVille e recuperare un cervello.
Anche usato purché funzionante.

41 risposte a "Non è solo una questione di lingua"

  1. Salve, sono Domenico.
    E sono uno dei sopravvissuti al Brainwashing. xD
    No, ma scherziamo? Non capisco come certe persone possano amare certi generei o certi romanzi, per carità i gusti sono gusti…ma che gusti di m…^_^
    E hai ragione anche sulla questione del mercato anglofono, che non è il nome adatto quanto mercato mondiale. L’inglese lo leggono ovunque (e pensate che se ci espanderemo nello spazio c’è buona probabilità che sarà quella la lingua esportata u.u) l’Italiano….bhè, a stento in Italia.
    Studio inglese apposta, per leggerlo e scriverlo, ma non intendo abbandonare l’editoria italiana a se stessa u.u
    Sono fiducioso che dal basso qualcosa cambierà 😀

    1. Più che altro: la merda viene venduta anche altrove, ma c’è comunque la possibilità di accedere a materiale più di qualità, qui invece no. Basta guardare gli scaffali delle librerie…

  2. Quoto ogni parola… Non a caso continuo a recuperare dalla biblioteca e dalle bancarelle i classici dell’editrice Nord e di Urania.
    Anche io ho già preso più volte in considerazione l’idea di scrivere in inglese, idea sempre arenata per mere difficoltà “tecniche”. Non lo conosco abbastanza bene. Mannaggia.
    Ho anche pensato di farmi tradurre i testi a pagamento da qualcuno, ma è un azzardo. Innanzitutto non so se quello che spendo poi mi rientrerà, e inoltre non sono sicuro di essere in grado di valutare la qualità del lavoro.
    Il Moro.

    1. Sono le stesse valutazioni mie per quel che concerne il far tradurre i miei racconti in inglese. Difficile rientrare nelle spese (le traduzioni sono mediamente molto care). Però prima o poi ci proverò!

  3. “Recuperare l’interesse dei lettori è il passo senza il quale ogni altra pianificazione futura risulta inutile e superflua.”
    è sopratutto questo il punto. si legge davvero troppo poco in Italia, ma vedo che ce se ne cruccia in pochi. Mi vien da pensare che forse fa comodo così…

    1. Non bastano certo le campagne radical-chic che una volta l’anno passano in TV e che non “convertiranno” nemmeno un non-lettore… Il problema andrebbe affrontato in altro modo.
      Fa strano dirlo, ma se gli ereader diventassero di moda si potrebbe approfittarne.

  4. Vero, sopratutto horror e fantascienza (che in italia vuol dire solo Alien vs Predator) sono morte. Fortuna che c’è il Kindle. Ho appena finito il secondo libro del ciclo della cultura ed è stato bellissimo.
    Un plauso va fatto ad “edizioni XII” e ad “Isbn edizioni” sono gli unici che fanno vedere qualcosa di nuovo.

  5. La cosa orribile è che il fantastico non è mai morto all’estero. Soltanto qui, dove per l’appunto ci siamo dedicati all’eradicazione, voluta da una generazione che non finirò mai di odiare e che, se potessi, metterei sotto processo.
    L’Italia s’è esclusa dal resto del mondo, e adesso guardiamo le macerie. Un tempo andavo pazzo per questi scenari. ^^

    1. No, certo, altrove il fantastico sta da Dio.
      Certo, anche negli USA e in UK c’è moltissima merda, ma c’è anche roba di qualità in egual misura.
      Concordo sul voler mettere al muro quell’intera generazione che ha ammazzato moltissime cose qui in Italia. Il fantastico e non solo.

    1. Come diceva Davide Mana ieri c’è molto più fantastico pubblicato in polacco, serbo o portoghese che non in italiano.
      Quindi lingua morta sì, ma anche un po’ suicidata.

  6. Eheh guarda, sono uno scribacchino del cavolo io e non ho certo grosse ambizioni in questo campo, ma per il piccolo periodo in cui ho scoperto la blogosfera ho capito anch’io (leggendo molti dei vostri post) che c’è la necessità di ”varcare” i confini italiani per trovare un minimo di riscontri che possano appagare, e quindi scrivere in inglese. Il discorso che fai poi penso valga non solo per le produzioni letterarie ma per i blog stessi, che sono mezzi abbastanza sconosciuti (per ora mi sono fatto questa idea) qui da noi. Non a caso ho praticamente il 90% delle mie conoscenze che non ha ben chiaro cosa sia un blog (sicchè resterò loro anonimo tipo per sempre). Il problema è, come dici tu, che tra leggere in inglese e scrivere c’è un abisso. Una luuunga vacanza all’estero probabilmente potrebbe aiutare in questa impresa, almeno per quelli che come me che possiedono un inglese ”scolastico”.

    1. Sì, hai ragione: qui molti non sanno nemmeno di preciso cosa sia e a cosa serva un blog. È una cosa che la dice lunga sul livello basso a cui siamo arrivati.
      Imparare le lingue, specialmente se si è giovani, è la soluzione.

  7. La vecchia Mondadori era decisamente migliore di oggi. C’era l’antro del fantastico, con dentro ogni sorta di meraviglia! Ora c’è questo scaffale che non riesci neanche a scorrere agevolmente perché c’è quel maledetto ripiano dietro…
    Sai, alla Hoepli ho ritrovato l’antro del fantastico, e c’è un’offerta decisamente migliore e più variegata.

    Tornando alla lingua, scrivere in inglese non è affatto facile. C’è la via semplice, ovvero scrivere in italiano e tradurre, oppure quella immediata per cui ci vuole esercizio e una conoscenza dell’inglese molto oltre il livello scolastico. In questo possono aiutare le letture in lingua, specialmente dello stesso genere letterario, ma senza un “aiuto” è difficile che l’esito sia al livello di un autore nativo inglese.
    Comunque è una strada da tenere in considerazione. Il bacino di utenza è globale, la scena “viva” e in evoluzione.
    Ho conosciuto su un social network uno scrittore greco che ha scelto questa strada. Ha (auto)pubblicato un romanzo e una raccolta di racconti in inglese, avvalendosi di un editor anglofono e il risultato è, almeno dal punto di vista formale, perfetto.

    1. La vecchia Mondadori a confronto era la Mecca dei lettori. Ora fa schifo a dir poco.
      L’Hoepli – che non era male gà ai tempi – merita una nuova visita. Grazie della dritta! 😉

      Interessante la storia dello scrittore greco. In effetti a lungo andare pensavo di replicare qualcosa del genere, partendo dal presupposto che occorrerà un investimento iniziale.
      Del resto senza un po’ di coraggio non si va da nessuna parte.

  8. Secondo me l’horror nelle librerie italiane non è messo male quanto la fantascienza. Qualche titolo (escludo gli YA e i paranormal romance) bene o male esce (giusto per fare qualche titolo, gli zombie della Delos, la saga del nuovo Frankenstein degli Immortali, l’Ultmo Lupo Mannaro…), ma il reparto fantascienza è ormai appannaggio esclusivo degli adattamenti dei videogiochi e delle eterne ristampe di Asimov.
    In quanto all’inglese…io leggo regolarmente in inglese dagli anni 80, ho un’ottima conoscenza della lingua, partecipo anche a discussioni su forum o pagine FB straniere, eppure quando lo devo parlare o scrivere non dico che ho difficoltà in assoluto, riesco sempre a dire correttamente quello che voglio, ma di primo acchito rischio sempre di cadere nel tranello di tradurre usando la stessa costruzione letterale della grammatica italiana. Se devo scrivere me ne accorgo in tempo ed aggiusto perchè rileggo e me ne accorgo, ma se è una conversazione è molto difficile non cascarci.

    1. Mmm… personalmente la collana zombie della Delos la reputo davvero mediocre. Su tutti i libri che potevano acquistare per il mercato italiano ne hanno scelti alcuni tra i peggiori (in più di un caso strizzando l’occhio al young adult).
      Comunque sì, almeno nell’horror qualcosa si muove, anche se lo fa sempre nella direzione sbagliata.
      Sulla difficoltà nello scrivere in inglese, anche se esperti e preparati, ti do totalmente ragione.

  9. Scrivere articoli e/o ebook in inglese è una mia grossa priorità. Non mi faccio illusioni: qua potrò occupare una nicchia. Là fuori c’è un oceano colmo di possibilità… che di sicuro non sono interessate all’italiano. Sigh.
    Riprendendo il discorso sulla fantascienza: vedo qualche timido segnale qua e là, come Fanucci che ristampa “Dune”, “Hyperion” e altri classici che non siano P.K.Dick. Tuttavia le sezioni “fantascienza” sono semplicemente SCOMPARSE dalle librerie. E’ tutto messo alla rinfusa sotto “fantasy”. E sappiamo benissimo cosa ha colonizzato la sezione horror…
    La morale è sempre la stessa: incazzarsi col proprio paese è un punto di partenza. Fare il salto e andare in (o produrre per) altri lidi è la tappa successiva.

    1. E’ anche la mia tappa successiva, anche se mi rendo conto che ci sono degli ostacoli oggettivi che sono complicati da superare.
      Comunque ribadisco: la mia lingua è l’italiano e mi piacerebbe che i connazionali tornassero a leggere dei generi che un tempo stavano molto bene anche da noi.
      Se in fondo Licia Troisi è riuscita a vendere (e tanto) del mediocre fantasy, perché qualcuno più bravo dovrebbe rinunciare in partenza?

  10. Il panorama attuale, dal punto di vista commerciale, nelle librerie italiane è deprimente. Non aggiungo altro per evitare le solite invettive. L’opera di distruzione del fantastico è stata tanto capillare quanto efficace, lasciando apparentemente solo piccoli gruppetti di disperati, ognuno ferocemente impegnato a difendere orticelli sempre più striminziti e a promuovere la propria stramba versione di ortodossia.
    Come sai ci stiamo impegnando a costruire un ponte e qualche timido segno lo abbiamo ricevuto. C’è molta, moltissima strada da fare. Strada che passa anche e soprattutto dallo svincolarsi da qualsiasi freno di mercato. Non mi traducono il mio autore X di riferimento? Va bene, me lo leggo in inglese. Non distribuiscono il film Y in Italia o lo fanno dopo mesi/anni? Va altrettanto bene, me lo vedo in inglese.
    Lo stesso vale per le nostre produzioni. Come mai i corti dedicati a Star Wars fatti in Italia hanno trovato attenzione soprattutto all’estero? Come mai ci sono autori italiani che fuori confine vendono più che qui? Tocca darsi da fare. Studiare, sbagliare, rialzarsi e continuare. C’è un mondo là fuori e se vi possono accedere greci, polacchi, cinesi, sud americani ed altri perché noi no?

    1. Se ragioniamo con freddezza va da sé che prima o poi la ruota dovrebbe tornare a girare per il verso giusto. I famosi corsi e ricorsi della storia valgono un po’ per tutti i settori.
      Chissà se qualcuno ci darà mai merito per aver alzato la voce quando tutti tacevano 🙂

  11. Il mercato di lingua inglese è sempre in fermento. Ce poco da fare. La chiusura delle grosse case editrici al fantascientifico/fantastico di qualità è davvero una cosa che fa incazzare (scusate il francesismo).
    Dal punto di vista dell’auto proporsi in lingua inglese, l’idea è ottima e già da me preventivata, il problema sono i costi di traduzione. Se il prodotto deve essere buono, allora si deve usare un più che buon traduttore madrelingua. E questo ha i suoi costi, che difficilmente si ammortizzano nel breve-medio periodo, soprattutto per le piccole realtà.
    Ma come il resto, questo non mi ferma di sicuro, anzi è solo un ulteriore stimolo.

    1. La situazione fa ancora più rabbia se si considera l’assoluta mancanza di referenti quando si parla di certe cose.
      Per referenti intendo dire gente che avrebbe la possibilità di aiutare nel concreto cause come questa. Per tale motivo dico che siamo obbligati a far partire tutto dal basso.

  12. In una delle mie interviste ho avuto modo di parlare con lo scrittore francese Jean Claude Dunyach,il quale mi ha detto che ,in parte hanno gli stessi problemi che abbiamo noi e poi riferito all’ estero ( nonostante che il francese sia molto piú diffuso dell’ italiano) mi ha spiegato che è riuscito a diventare lo scrittore di fantascienza piú famoso in Inghilterra e nel resto del mondo anglofono semplicemente perchè è talmente benestante da potersi permettere di spesare una propria traduttrice personale.

  13. Mi permetto di fare una nota a margine, che non c’entra con la lingua, ma con la diffusione: i “tempi d’oro”, in realtà, non sono mai esistiti.
    L’ex proprietario di un noto marchio italiano che pubblicava solo fantascienza e fantasy (non faccio nomi perché non so se la notizia è di dominio pubblico…) mi disse che, quando alla fine degli anni 80 – decise di vendere per ritirarsi in pensione, Mondadori non ne volle sapere (benché il suo fosse il principale marchio editoriale sci fi e fantasy). Un altro grosso editore lo acquistò, ma quando gli chiese le tirature lui rispose, sinceramente: “Stampiamo mediamente 2.000 copie, arriviamo a 5.000 quando abbiamo davvero tante prenotazioni, e generalmente metà ci torna in reso in entrambi i casi…”.
    All’acquirente cascò la mascella per lo stupore (“Best seller da 5.000 copie???”) perché i numeri dell’editoria maggiore (che forse oggi, vent’anni dopo, sono comunque calati) “cominciano” da 5.000 copie vendute.

    1. La media delle tirature per edizione è quella in Italia. Quando si leggono fascette variopinte con scritto “Terza edizione in pochi mesi” vuol dire che avran stampato circa 10.000-15.000 copie. I best seller italiani da milioni di copie lo sono perché viene calcolato anche il mercato estero.

  14. Valerio, mi permetto di dissentire, e non per gusto di polemica, ma per conoscenza personale.
    Il tipografo di quella che ora è, penso, la seconda o la terza casa editrice italiana per volume di produzione, per meno di 10.000 copie non accende nemmeno le macchine.

    1. Dissenti pure è un paese libero e mica mi offendo 🙂
      Io parlavo di media, ci sono le eccezioni, e conosco bene i volumi di stampa di cui parli. Le grosse case sono su altri mondi in quanto a stampe, ma nelle medie-grandi non ci sono stampe così elevate in prima tiratura.
      Ci tenevo a far riflettere chi magari pensa “Ma guarda te sto qui, primo libro e già tre ristampe”, le fascette son belle e colorate, ma a volte non è tutto oro.

      1. Mah, io penso che tu faccia riferimento più che altro a medie-piccole, se non a piccole. Poi ci sono le piccolissime, che faticano a mettere insieme tirature da 500 copie…

        1. Beh le piccole non le conto nemmeno nella media nazionale 🙂
          Le grandi di cui parlo sono quelle che hanno comunque una buona valenza a livello nazionale, ma non sono rapportabili al volume d’affari delle Big.
          Guarda continuerei anche la chiacchierata, ma direi che non siamo molto in linea con il post 🙂
          Se possibile si continua su altri lidi, senza intasare il blog di Alex 🙂

          1. Sì, volevo solo rimarcare che – purtroppo – i “numeri” del fantastico nazionale non erano poi così alti nemmeno nei tempi migliori. Fine OT 🙂

  15. C’è da piangere.. Eppure non credo che all’estero stiano messi tanto meglio. Cioè, un po’ sì, ok, negli USA, ma è pure questione di “numeri”, non so se mi spiego.
    E una volta se i giovani si volevano interessare di High Fantasy o Space Opera alla vecchia maniera, senza doversi rivolgere a venditori di antiquariato, c’era library.nu…
    Riposi in pace.
    Spero che i gruppi di blogger, i “consorzi di autori” che esistono anche all’estero, riescano ad irrompere nel mercato del digitale grazie all’autoproduzione o alle piccole/medie case editrici…

  16. L’ultima volta in libreria ho chiesto Giù nel Cyberspazio e mi hanno risposto che era fuori catalogo. Mondadori pubblica Neuromante e Monna Lisa Cyberpunk ma lascia il secondo capitolo della trilogia fuori, bello.

    Se volessi leggermi Pern o Mondo Disco dovrei dissanguarmi su ebay per recuperarli in copia fisica, l’unica alternativa è il digitale.

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