Raccontare una storia 

Citazione da “Le notti di Salem”.

Quest’estate ho riletto per la quarta o quinta volta Jerusalem’s Lot. È uno dei miei romanzi preferiti, c’è poco da fare. Lo ritengo indispensabile nel campo della letteratura sui vampiri e immancabile per gli appassionati di horror, nonostante non si tratti di un’opera di spiccata originalità.
Ma cos’è l’originalità, paragonata alla qualità? Ho letto racconti con la pretesa di essere unici e innovativi, solo per trovarli noiosi e terribilmente stupidi.

Ma in realtà oggi volevo parlarvi  d’altro. Per esempio dell’ottima introduzione alla nuova edizione digitale italiana di Jerusalem’s Lot (la trovate qui). Ve ne riporto uno stralcio, senza bisogno di commentarlo.
Credo che valga però la pena evidenziare in grassetto un paio di cose.

La Doubleday aveva pubblicato il mio primo romanzo e aveva un’opzione sul secondo. Oltre a questo, avevo finito di scriverne anche un altro, che consideravo «serio» e avevo intitolato Roadwork [Uscita per l’inferno]. Li presentai entrambi al mio editor di allora, Bill Thompson. Gli piacquero tutti e due. Ci incontrammo per una colazione durante la quale non fu deciso niente, poi ci incamminammo insieme verso la sede della Doubleday.
All’angolo di Park Avenue con la Cinquantaquattresima, o giù di lì, fummo fermati da un semaforo rosso. Io andai finalmente al sodo e chiesi a Bill quale secondo lui avremmo dovuto pubblicare. Disse: «Uscita per l’inferno otterrebbe probabilmente l’attenzione di una parte di critica più seria, ma Second Coming è Peyton Place con i vampiri. È una lettura avvincente e potrebbe essere un best-seller. C’è solo un problema». «Quale?» domandai mentre il semaforo cambiava e la gente intorno a noi cominciava a muoversi. Bill scese dal marciapiede. A New York non si spreca un AVANTI, anche se nel frattempo si prendono decisioni epocali e quella, forse da me intuita già in quel momento, avrebbe segnato la mia vita. «Sarai etichettato come scrittore di romanzi dell’orrore.» Mi sentii tanto risollevato da ridere. «Mi definiscano come vogliono, basta che gli assegni vadano all’incasso», risposi. «Pubblichiamo Second Coming.»
E così fu fatto, sebbene il titolo fosse cambiato prima in Jerusalem’s Lot (perché mia moglie Tabby disse che Second Coming era il titolo di un manuale di sessuologia) e poi in ’Salem’s Lot (perché la Doubleday disse che Jerusalem’s Lot sembrava il titolo di un libro di carattere religioso). Io fui veramente bollato come autore di storie dell’orrore, un’etichetta che non ho mai né confermato né respinto, fondamentalmente perché non ha rilevanza per quello che faccio. Offre comunque alle librerie una facile collocazione dei miei libri.
Da allora ho dismesso tutte le mie idee su come si scrivono romanzi eccetto una. È la prima che mi venne (verso i sette anni d’età, se ricordo bene) ed è anche quella a cui resterò probabilmente fedele fino alla fine: raccontare una storia è bello ed è ancora più bello quando la gente ha voglia di ascoltarla.


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3 commenti

  1. Questo episodio se non ricordo male lo aveva già rievocato nell’introduzione a “Stagioni diverse” per dire che molti anni dopo questa “etichetta” aveva fatto sorgere delle perplessità ai suoi editori sulle possibilità di vendita di una raccolta di storie che esulassero dal genere horror…

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