La scomparsa dei numeri 10 e lo sdoganamento dei nerd

Più o meno tutti gli studiosi di calcio concordano nel dire che i numeri dieci, i cosiddetti fantasisti, le mezzepunte “atipiche”, non esistono più.
Quello che, insieme al portiere, è il ruolo forse più affascinante del football è oramai prossimo all’estinzione. Roberto Baggio, Maradona, Totti, Del Piero, Zidane, Crujff: l’essenza stessa del calcio. Io però adoravo soprattutto i numeri dieci un po’ meno famosi e ancora più anarchici. Ve lo ricordate l’Hagi degli anni migliori? E Lajos Detari, l’ungherese dall’enorme talento (sprecato, perché non riteneva utile allenarsi e applicarsi)? E lo sfortunato Dragan Stojković? Ma anche giocatori ancora più “provinciali”, a livello di carriera. Per esempio Pietro Maiellaro ed Ezio Vendrame, il più atipico tra gli atipici.
Ma perché i numeri dieci non esistono più?
Perché il nuovo calcio, iper-muscolare, completamente commerciale e spesso schiavo di un tatticismo esasperato, non può sopportare elementi anomali. Non può sopportare l’anarchia, la rottura degli schemi. Oramai le squadre giocano quasi specularmente e anche i giocatori di grande fantasia non hanno più le libertà dei “10” classici. Messi, per dire, non è Maradona. Ronaldo, a mio parere il miglior calciatore vivente, non ha la fantasia del connazionale Futre.
I numeri dieci, appunto, la cui più grande peculiarità era quella di inventare calcio.

E i nerd che c’entrano in tutto questo?
Ci arriviamo subito.
Il discorso è il solito che domina le chiacchiere della blogosfera del fantastico negli ultimi mesi: il “nerdismo” (Dio mio, che termine orrendo) ha vinto? Lo sdoganamento di argomenti che fino a pochi anni fa erano considerati da paria è un successo? Il fatto che la gente ora parli tranquillamente di zombie, di draghi, di supereroi e di pagliacci soprannaturali assassini è una vittoria?
Come sapete le scuole di pensiero sono due. Inutile riassumerle (almeno credo… se non sapete di cosa sto parlando digitate su Google “i nerd hanno vinto” e fatevi un ripasso).

“Ready Player One” – Un concentrato (ottimo) di cultura pop/nerd.

Io sposo la linea moderata che ritiene questo sdoganamento della cultura nerd come una sconfitta, più che come una vittoria.
Non sono catastrofista come alcuni stimati colleghi, ma non ritengo che la cultura pop (meglio che “nerd” no?) abbia beneficiato della diffusione di certe tematiche, soprattutto perché sono generalmente slegate dalle loro basi.
Voglio dire: quanti spettatori medi di The Walking Dead pensate che conoscano la filmografia di George A. Romero? Quanti spettatori medi di Game of Thrones hanno mai letto un fantasy in vita loro? Quanti appassionati dell’universo cinematografico Marvel hanno mai letto un fumetto degli Avengers?
Ve lo dico io: una netta minoranza.

C’è un aspetto positivo, in tutto ciò: anche un prodotto miserevole come The Walking Dead (tanto per fare un esempio) può essere un ottimo entry level per appassionare il profano ad approfondire la vera cultura pop-horror.
Ma, anche in questo caso, quante volte capita? Poche. Molto poche. In realtà lo spettatore medio di un prodotto “nerd” ad ampia diffusione commerciale si interessa solo e soltanto di quello. Con gran gioia di chi – giustamente – fa enormi guadagni grazie a questo meccanismo.

Una volta il nerd, nel suo essere spesso un reietto, aveva anche un ruolo di “fantasista” della cultura pop, di anarchico scopritore di cose e tematiche insolite, che potevano anche (ma non necessariamente) diventare di tendenza.
Il nerd degli anni ruggenti non era soltanto lo sfigato quattrocchi che non sapeva distinguere “una sorca da un par ‘de mutande” (cit), che non faceva sport e non aveva vita sociale. Anzi, diciamo che questa tipologia di nerd è un cliché molto meno diffuso di quanto si pensi.
I miei amici “nerd”, per dire, erano sportivi (qualcuno), avevano la fidanzatina e una normale vita sociale. Solo che, oltre a seguire il calcio e a sgasare sui motorini truccati, giocavano a Dungeons and Dragons, leggevano Tolkien, Brooks e Asimov, guardavano telefilm di genere prima che diventassero di massa e facevano le ore piccole per gustarsi Notte Horror. Ma non finisce qui: molti di essi approfondivano, leggevano/scrivevano fanzine di cinema e di giochi di ruolo (internet, ai tempi, era una cosa primordiale, o forse manco esisteva), organizzavano improvvisati cineforum per vedere film “strani”, registrati alle 3 di notte su Odeon TV.

Gary Gygax: il numero 10 della cultura nerd.

I nerd degli anni ruggenti erano dei numeri dieci.
E infatti stavano sul cazzo a molti, soprattutto agli addetti ai lavori. In Italia i produttori e gli editori vedono da sempre gli aneliti verso il fantastico come un fastidio, al massimo come una vena d’oro da scavare e da esaurire in tempi rapidi. I vecchi nerd li hanno invece obbligati a sviluppare dei mercati a cui non hanno mai creduto – penso per esempio al fenomeno dei librogame.
Erano loro, i fantasisti della cultura pop, sgraziati e poco utili al gioco di squadra, a tirare fuori tematiche che esulavano dal neorealismo all’italiana, dal pop inteso in ortodosso senso musicale e modaiolo.
Certo, molte volte questi numeri dieci facevano dei buchi nell’acqua, si godevano il loro bel gioco, senza finalizzare nulla. Ma era entusiasmante anche questo. Ed era genuino, sperimentale.

E ora?
Ora le cose vanno diversamente.
Meglio? Peggio?
La questione resta in sospeso.

Jay Jay Okocha.

Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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2 commenti

  1. In generale, i nerd che hanno vinto, nove volte su dieci sono i cosplayer dei nerd.
    Per cui sì, condivido decisamente il tuo discorso – anche se non capisco gli esempi calcistici, perché io non mi sonomai interessato di calcio 😀

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