Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto

donnie darko

– E che cosa hai provato?
– Ho pensato a Callie, il mio cane. È morto quando avevo otto anni. Si andò a rintanare sotto il portico.
– Per morire.
– Per essere solo…
– Tu ti senti solo in questo momento?
– Non lo so… O meglio, vorrei credere il contrario, ma non… Non ho mai avuto nessuna prova, quindi… Ho… ho anche smesso di discuterne, tanto se… se… se anche passassi tutta la vita a ragionare, studiare, valutare i pro e i contro, alla fine non avrei prove comunque, e allora tanto vale non discuterne più. Eh… è assurdo.
– La ricerca di Dio è assurda?
– Lo è, se ognuno muore da solo.
– Questo ti spaventa?
– Non voglio restare solo. (Donnie Darko)

Questo articolo fa idealmente il paio con quello di settimana scorsa dedicato a nuove (?) forme di contatto tra lettori e autori.

Un giorno un amico scrittore – ma scrittore vero (che cerca cioè di svolgere questa professione a tempo pieno, non un hobbista) – mi ha detto che la peggior cosa di questa attività è la sensazione ricorrente di sentirsi soli.

La solitudine non è un male assoluto, ma deve trattarsi di una scelta, non di una condizione permanente e imposta da fattori terzi.
Chi scrive per professione lo fa per campare – i demoni da esorcizzare fanno meno paura delle bollette inevase – ma non è un robot. Si tratta comunque di esseri umani, impegnati in un lavoro che per natura è fatto di una certa solitudine.
Si scrive da soli.
Si edita in due, generalmente tramite uno scambio di file via mail (e quindi sostanzialmente da soli).
Si cerca una pubblicazione da soli.
Ci si autopubblica – ovviamente – da soli.

Nel mezzo c’è ovviamente la vita reale, o meglio ancora la vita sociale, fatta di amici, di famiglia, di animali domestici, di camminate, di film etc. A dire il vero oggigiorno la vita reale è un po’ meno reale, perché si svolge soprattutto online, ma questo è un altro discorso.
O forse no, visto che i social ottengono spesso il risultato di amplificare la solitudine, invece che smorzarla.

Lo scrittore di professione non è una figura drammatica, né tanto meno lo è in modo farsesco. Conosco molti scrittori caciaroni, sempre pronti a fare festa, a ridere e scherzare. Ma questo avviene quando la vita reale – sì, sempre lei – lascia loro la famosa ora d’aria.
Sì, perché in una normale settimana lo scrittore di professione non vive gli orari e la routine di chi ha un lavoro per così dire più comune. Non ha colleghi – non in senso stretto – non ha il rito del caffè in compagnia etc etc.
Questo elemento, allargando il discorso, vale per chiunque si occupi di un telelavoro qualunque, creativo o meno che sia.

i nottambuli

Non starò a elencare metodi e soluzioni autodirette per combattere questo senso di solitudine. Ne abbiamo già parlato in passato e in fondo si tratta di cose piuttosto banali (fate una camminata, concedetevi una pausa, comprate un gatto etc).
C’è però una cosa che i lettori possono fare per aiutare uno scrittore a non sentirsi isolato dalla realtà: parlare delle sue opere. Fargli un complimento. Lasciargli un feedback disinteressato. Dico “disinteressato” perché negli ultimi mesi ho ricevuto più che altro contatti per chiedermi copie gratuite di libri ed ebook (“non mi funziona PostePay” se la gioca con “per scelta personale non faccio acquisti su Amazon“), o richieste di valutazione di racconti e romanzi (non sono un editore, non sono un editor).
A proposito, io a questi messaggi non rispondo più. Non lo faccio di default, con buona pace per l’educazione.

Riassumendo sto dicendo che i lettori possono fare cioè il solito, sacrosanto passaparola, di cui non mi stanco mai di parlare, anche se non serve a granché ricordarlo.
Come dicevo, nell’epoca della connessione perpetua e globale aumenta l’autismo di massa. La gente non si spende in complimenti, bensì condivide meme stupidi e polemiche.
Non a caso c’è una grande riscossa, in tutti i campi, di chi utilizza linguaggi e argomenti aggressivi. Come se il senso di collettività fosse oramai in grado di focalizzarsi soltanto attorno a un generalizzato senso di indignazione e di rabbia.

Gli altri, nel mentre, possono solo guardarsi attorno e sentirsi ancora un po’ più soli.

edward hopper

PS: Il titolo di questo post è parte di una celebre citazione. Non sto nemmeno a dirvi quale, dai.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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7 commenti

  1. Le copie dei tuoi ebook le ho sempre pagate ma, a dirla tutta, avevo la sensazione/timore di scassarti i maroni e quindi ho sempre cercato di ridurre al minimo i miei feedback. Ops.
    🙂

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