acceleratore quantico

Un panino e un libro

 

Probabilmente non è il periodo dell’anno giusto per scrivere questo genere di post, ma una discussione fatta nelle recenti ore con alcuni amici e colleghi scrittori mi ha spinto farlo comunque.
La farò breve: quando comprate un panino dal fornaio avete la chiara percezione del lavoro e della fatica che sta dietro la preparazione del suddetto panino.
Il fornaio si sveglia prestissimo, ha delle spese di produzione, suda e fatica (specialmente d’estate, quando lavorare al forno è un massacro), spesso lotta con tasse e gabelle varie per restare in attività.
Tutto vero, no? Vero e sacrosanto, ve lo confermo.
Eppure quando molti di voi (non proprio “voi” che mi leggete, ma ci siamo capiti) si trovano nella posizione di comprare un libro, un DVD, un disco, un servizio fotografico (etc) non accettano che il processo di produzione di tali beni/servizi sia più o meno simile a quello di un panino.

Però è così: produrre un film o una canzone, pubblicare un libro (etc) comporta spese e fatica, sia mentale che fisica.
Come tutti i lavori, o quasi. Ma la percezione generale è differente.
Ce lo siamo detti mille volte, perciò è inutile tornare sulle solite questioni: un libro o un film vengono sempre più spesso considerati dei beni a cui è giusto accedere gratuitamente (ovvero illegalmente, nella maggior parte dei casi).
Quindi scaricare un film da un sito di streaming, piratare un ebook o un disco, non è mai una questione morale. Lo si fa e basta. Raramente si pensa che questo va a danneggiare un’intera catena produttiva. In altri casi questo pensiero magari c’è, ma si risolve la questione dicendo “ma in fondo se scarico un film illegalmente a perderci sarà qualche attore/regista/produttore miliardario, che nemmeno se ne accorgerà. Quindi ‘sti cazzi.

Immagino che dieci-quindici anni trascorsi assimilando l’abitudine a usufruire di prodotti di intrattenimento reperiti illegalmente sul Web abbia inciso molto sulla percezione del valore di tali prodotti. Quando sai che una cosa puoi farla, sai come farla, e sai di rimanere impunito nel 99% dei casi, la fai. Soprattutto se diventa una consuetudine. Soprattutto se si è molto giovani e squattrinati.
Anch’io ho fatto download selvaggio, eh, ma poi si cresce e si capiscono tante cose. Questo almeno in teoria.
Io per esempio ho capito che il lavoro creativo va remunerato (quante volte ce lo siamo detti?) ma ho anche capito che la qualità ha un costo.
Quindi ben vengano i dieci euro al mese spesi per avere un servizio come Netflix, piuttosto che aspettare che la versione piratata dei film proposti da questa piattaforma finiscano su qualche sito cinese illegale.
È uno scambio equo, morale, integrabile nella vita di una persona adulta, dotata di un reddito “normale” e desideroso di usufruire di un certo genere di prodotti.

Se, ipoteticamente, tutti i creativi aderissero a uno sciopero anche solo di un mese, senza produrre più film, canzoni, libri, fumetti, fotografiche, videogiochi etc, forse le persone – quelle che amano questo genere di intrattenimento, purché sia gratuito – riuscirebbero a comprendere maggiormente il paragone col panino citato a inizio post.
Ovviamente è una cosa impossibile da realizzare, perciò la speranza è che col tempo le persone si dimostrino più mature di quanto la Rete le fa sembrare.
I segnali non sono molto positivi, ma la speranza è l’ultima a morire. E, almeno questa, è gratis per davvero.


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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6 risposte »

  1. Io credo di no.
    Nel senso che non credo che quando vanno in panetteria pensino al lavoro del fornaio.
    Hanno fame, comprano un panino.
    L’unica differenza rispetto al mercato del lavoro intellettuale è che non ci sono panettieri che regalano il pane. Se ci fossero, e anche se il loro pane fosse fatto con la povere di calce e immangiabile, una vasta fetta del pubblico andrebbe da loro.
    Gli metterebbero anche cinque stelline su TripAdvisor.
    Guarda cosa succede agli eventi in cui c’è il buffet…
    Guarda cosa succede con certi libri…

    • In linea di massima hai ragione. Esiste però una categoria di persone che è fiera di sostenere il duro lavoro dell’artigianato, vuoi per reale credo, vuoi per darsi un’immagine. Non ho mai visto nulla del genere, salvo pochissimi salotti “buoni”, fare qualcosa del genere per i lavori intellettuali. E questi salotti buoni hanno pure contribuito a far passare l’idea che la cultura sia una cosa riservata a un’élite ricca e snob.

  2. Ciao,
    Sono d’accordo con te, in linea di massima, ma io mi ricordo CD musicali a oltre 40€ – anche quando i CD vergini costavano una pernacchia al chilo.
    A parte prendere la SIAE a bullonate sogno un sistema molto diverso per salvaguardare i diritti degli autori e contemporaneamente quelli dei fruitori

    • Certo, c’è chi se ne è approfittato fin quando girava bene (per loro), e penso proprio ai discografici o a certe società di software. Sono cose che hanno contribuito a formare un movimento generale di pirateria selvaggia.

      • Mi ricordo anche che i pirati, i primi pirati, quelli che ribaltavano i mondi, invece di cazzeggiare con le fake news, avevano un manifesto fortissimo, utopistico, di condivisione del sapere.
        Se erano selvaggi sicuramente non erano il tipo di selvaggi che lucrava sui DVD masterizzati venduti dagli ambulanti

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