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Ti immaginavo diversa

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una strana discussione su Facebook, a cui ho assistito unicamente da lurker (senza intervenire).
Uno status sarcastico – ma tutto sommato innocuo – di una scrittrice italiana ha ricevuto diversi commenti divertiti e uno, messo in risalto dal social blu, di tutt’altro tenore.
Lo cito non testualmente, visto che non voglio fare nomi specifici:

TI seguo da tempo e ti trovo un’autrice straordinaria. Da poche settimane ti ho anche aggiunta su Facebook e devo ammettere che mi sono pentita. Ho scoperto una persona molto grezza, piuttosto sgarbata e aggressiva. Sei diversa da come ti immaginavo leggendo i tuoi romanzi. Resta però la mia stima per la tua capacità e il tuo valore da scrittrice. Tutto il resto mi lascia molto perplessa.

Ho cambiato qualche parola, ma il commento è sostanzialmente così come l’ho trascritto.

La questione si ricollega parzialmente col mio articolo di settimana scorsa a proposito dell’opportunità o meno di un artista di schierarsi politicamente (lo trovate qui).
Il concetto è però ulteriormente allargato. Non è la prima volta che ne discutiamo, tra l’altro.
Con l’avvento e il radicarsi dei social network gli scrittori (e altri artisti) decidono sempre più spesso di mettersi a nudo, condividendo i loro pensieri, la loro quotidianità, le loro idee in pubblico.
Questo li rende al contempo più umani e troppo umani.
Troppo umani vuol dire che ogni loro difetto viene messo a nudo, spesso con imprudente gioia: tendenza all’ira, sarcasmo, linguaggio volgare, sessismo, discutibili vizi, compagnie pericolose, e chi più ne ha più ne metta.
Uno scrittore, dunque, fa esattamente come tutti gli altri miliardi di utenti iscritti a Facebook, Instagram, Twitter etc etc: si espone, si mette in mostra.
Solo che uno scrittore (o un qualunque “artigiano dell’intrattenimento”, giusto per non scomodare il termine “artista”) rischia di mischiare il privato col lavoro. E spesso i risultati di questa alchimia sono pessimi. Il caso che ho citato a inizio post è emblematico, ma sono situazioni che accadono quotidianamente, solo che capita di rado che escano a favor di pubblico.

Un tempo ovviamente non era così.
Tra “artista” e pubblico – tra scrittore e lettore – c’era una distanza data dalla mancanza di mezzi per entrare in contatto. L’artista produceva, qualcuno lo distribuiva, l’acquirente ultimo consumava. Questi poteva dunque giudicare l’artista in base al suo lavoro, decretandone il successo o la rovina. Molto raramente c’era modo di entrare nella vita di un artista. Succedeva, per esempio, attraverso le interviste della stampa specializzata, che non ha però mai goduto di quest’ampia diffusione (parlo soprattutto del campo editoriale). Io sono da sempre un lettore forte, eppure non ho mai saputo i gusti culinari di Terry Brooks, come trascorreva i weekend Isaac Asimov, se a Clive Barker piacciono le bionde o le more, o le idee politiche di Terry Goodkind.
Di qualche autore (così come di qualche cantante, attore etc) si intuivano le idee, le preferenze, gli interessi extralavorativi, ma succedeva – appunto – tramite interviste o, più raramente, leggendo tra le righe dei loro racconti o romanzi.

E sapete cosa?
Andava benissimo così.
Le distanze focalizzavano le attenzioni sul lavoro di un artista, lasciando in secondo piano tutto il resto.
Certo, la sovraesposizione social ha creato una nuova, potentissima arma di marketing (tutto sommato anche economica). Ma, come tutte le armi, è a doppio taglio. Lo è per i motivi che abbiamo appena visto.
Un buon artista, per esempio un buon scrittore, potrebbe dimostrare con solerzia e spontaneità di essere umanamente stronzo, mettendo in secondo piano il suo talento.
Voi cosa preferite? Conoscere unicamente la sua arte, o vedere se si fa i selfie mentre siede sulla tazza del cesso?

La tendenza attuale è quella della sovraesposizione. Ciò dipende anche dal fatto che gli uffici stampa sanno che i loro rappresentati vendono più come personaggi che non come artisti. Questo trend si vede soprattutto in campo musicale: quanti cantanti sono seguiti più per quel pubblicano su Instagram, che non per la loro musica?
Certo, il rischio è quello di dover sempre alzare l’asticella, di andare molto sopra le righe, di diventare tuttologi, perché altrimenti il pubblico guarderà da un’altra parte, in cerca del nuovo fenomeno del giorno.

Inutile negare che siamo nel mezzo di un grande cambiamento nella comunicazione globale, così come del rapporto tra arte (metteteci tutte le virgolette che volete) e pubblico. Non a caso molte case di produzione e molti editori affossano progetti su progetti, spesso per colpa di un attore/autore/regista che si è comportato in modo grezzo sui social, attirando così l’odio dei cosiddetti fan (e quindi il loro possibile boicottaggio).
Ma quanto può reggere questo nuovo sistema comunicativo?


Articolo di Alex Girola: https://twitter.com/AlexGirola
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12 risposte »

  1. Io veramente (siccome so’ vejo) preferisco non sapere. Come ho già detto in un altro commento, ora so più o meno il tuo orientamento politico e un po’ mi è dispiaciuto. Io non la penso come te ma ti leggo sempre perchè AMO come scrivi e quello che scrivi. Però è come vedere il film della tua saga preferita. I personaggi a cui avevi dato una voce tutta tua ora ti suoneranno sempre con quelle degli attori.
    Non succede nulla però io sento sempre di aver perso qualcosa.

    Spero che non ti offenda questo commento perché la stima per te non è calata. Per molte cose come sai la pensiamo allo stesso modo. Perché per me una cosa giusta o sbagliata non ha etichette di destra o sinistra (o fasi intermedie di comodo).
    Non sono sicuro di essere stato bravo a spiegarmi.

    Solo per favore NIENTE FOTO TUE SUL CESSO. Quello non credo che potrei reggerlo.
    Max

  2. Per me il problema è l’educazione che sta a monte, perché se online diventa facile vedere l’altro solo come dei dati e dei bit sullo schermo, c’è qualcosa che non va non nel mezzo o nel linguaggio ma nella mancanza di educazione al suo utilizzo.

  3. Parlo da lettore:
    A me interessano le storie, nient’altro.
    Come utilizza il suo tempo online un autore è affar suo, al massimo posso non trovarmi d’accordo con ciò che dice, ma finirebbe lì.

  4. Se oggi Robert Heinlein avesse un account Facebook e leggessi i suoi commenti a sfondo politico, probabilmente lo detesterei. Lo stesso dicasi di Tolkien o Lovecraft o Howard, che non brillavano per relativismo culturale, diciamo così. Quindi, sì, anche in questo caso occorre sapersi gestire in termini di visibilità.
    C’è chi lo sa fare. Il profilo di Jonathan Carroll ad esempio è una chicca di classe ed enigmaticità.

  5. Siamo al solito dilemma: interessa di più la persona o l’artista? Perchè la storia e piena di situazioni polarizzate e gli esempi sono innumerevoli. Personalmente non ho mai nascosto le mie simpatie politiche, sbandierate fin dall’inizio della mia esistenza “social”. Diciamo che col senno di poi e l’esperienza di adesso terrei profili esclusivamente votati alla discussione e promozione di ciò che scrivo, lasciando tutto il resto gelosamente escluso dalla sfera “pubblica” ma è anche vero che non sono un autore conosciuto e gran parte di ciò che ho postato e condiviso finisce rapidamente nel dimenticatoio. La diversità che ho notato salta all’occhio di me stesso quando incontro i lettori dal vivo è che tutti mi facevano più alto!

  6. A me interessa la genesi delle storie, come e dove l’autore le scrive. Penso che questo “contatto” non sia intimo ma aiuta a godersi la storia stessa.

  7. Io ricordo che verso i 13-14 anni lessi Battaglia per la Terra e lo trovai bello (non bellissimo), una lettura gradevole che mi indirizzò verso un certo tipo di fantascienza e mi spinse a riscoprire i “classici” spesso dimenticati (tipo Edmond Hamilton).
    Poi verso i 18 scoprii che quello stesso Ron Hubbard aveva scritto Dianetics e dato inizio a Scientology e la delusione fu grande… quindi è meglio non sapere che cosa fa un autore nel privato. In fondo sono affari suoi 🙂

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