Un’educata quarantena

Avete presente quel giochino su Facebook?
In pratica qualcuno pubblica una foto di una casa isolata in mezzo al nulla (in montagna, al mare, in un luogo innevato… le varianti sono molte) e la accompagna con la domanda: “vi trasferireste in un posto così?
In realtà quel “così” non si riferisce tanto allo scenario naturale illustrato nella foto, bensì all’evidenza del fatto che si tratta di un posto in cui saremmo soli, o comunque con un limitato numero di compagni (la famiglia, o magari soltanto un animale domestico).
Bene, io questo giochino l’ho visto fare mille volte, e quasi sempre le risposte sono queste:

  • Magari!
  • Dove devo firmare?
  • Lo farei anche subito!
  • Sarebbe un sogno!

Poi succede che scoppia una pandemia e la vita, spiritosa e beffarda, offre a tutti noi questa opportunità: sperimentare un periodo di isolamento più o meno lungo, senza possibilità di rinunciare al gioco.

La quarantena ha offerto a tutti noi la possibilità di affrontare un cambiamento epocale.
Dimentichiamo per un attimo la terribile paura del contagio, i disagi, l’economia che nei prossimi mesi patirà grandi danni. Concentriamoci su noi stessi.
Siamo rimasti soli e con limitatissime possibilità di movimento e di interazione col mondo esterno.
Come l’abbiamo presa?
Molti di quelli che al giochino di Facebook rispondevano con entusiasmo sono in realtà impazziti dopo poche settimane senza poter vedere gli amici. Li ho visti. Mi è spiaciuto osservare certi tracolli, lontanissimi da quella che è stata invece la mia reazione. Li ho visti e li ho capiti, ma solo in piccola parte, perché in realtà li reputavo più forti. Probabilmente l’errore è tutto in quell’espressione: “li reputavo”.
Un errore che però è umano.

Poi ci siamo noi.
Qualcuno ci ha chiamati introversi, altri asociali, altri ancora “asociali di merda”. Siamo quelli che si sono adattati alla quarantena, stravolgendo ritmi e abitudini, e imparando ad apprezzare queste nuove abitudini di vita.
No, non la malattia. Ribadisco che non sto parlando di adattamento al Covid, né di survivalisti dell’Illinois che pensano di vivere in un film di zombie apocalypse.
In parte ne ho già parlato in questo video su IGTV. Oggi, in prossimità di un parziale allentamento delle misure di lockdown, ho voluto tornare sull’argomento.
Perché la solitudine zen da quarantena un po’ mi mancherà.

So che qualcuno mi dirà che sono un imbecille (oppure ribadirà che sono un asociale di merda), che mi piace stare solo perché ho un brutto carattere, perché non so rapportarmi col mondo.
In questo genere di accuse ci potrebbe anche essere del vero, ma ovviamente si tratta di un’analisi di comodo.
In realtà mi sono trovato bene nell’eliminare tutte quelle occasioni di “socialità forzosa”, in cui ci costringiamo a fare uscite che eviteremmo come la peste, ma che sono richieste da quella competitività latente di cui è pervasa la nostra società.
Apparire per essere, o meglio ancora: esserci per venire considerati.
Perché forse la vera solitudine del mondo di prima nasceva da questo: dalla necessità di doverci essere sempre, per non stare mai un passo dietro gli altri.
Vale per il lavoro, vale per la sfera delle amicizie, vale per molte delle cosiddette “passioni”.
Il dover limitare il nostro mondo ha un po’ allentato tutta questa competitività tossica. Vero: molti hanno proseguito certi paradigmi di vita anche online, ma lì è più facile mollare il colpo e prendersi una pausa. Basta staccare il wifi del cellulare.

Ma quindi non mi è mancato nulla del mondo di fuori?
Oh, sì. Mi è mancato il senso di sicurezza, prima di tutto. Il poter frequentare un luogo qualunque senza sentirmi minacciato dalla presenza di altri esseri umani potenzialmente infetti. Questo, soprattutto.
Mi è poi mancato poter passeggiare. Anche in solitaria, anche a pochi chilometri da casa. Mi sono mancati i giretti a Milano, il trekking in montagna, una birra con qualche amico, cazzeggiando e ridendo.
Mi sono mancate i caffè al bar, non tanto per il caffè in sé, quanto piuttosto come rito per iniziare la giornata.
Mi è mancato e mi mancherà viaggiare, scoprire nuove culture.
Più o meno questo è quanto.
Come vedete sono tutte attività che posso gestire anche in solitaria, tranne gli incontri conviviali con gli amici.

Non mi sono mancate le corse affannose per svolgere mansioni “improrogabili”, che invece sono state rimandate causa Covid, senza che il mondo collassasse su se stesso.
Non mi sono mancate – come dicevo – le occasioni in cui bisogna uscire per dimostrare la propria esistenza. Quelle in cui si fanno chiacchiere inutili e spesso cattive. Meglio stare a casa a leggere un buon libro.
Non mi sono mancati gli sfoggi di felicità posticcia legati a molte attività del mondo-di-prima. Partecipare a mille eventi per poterlo postare sui social, gareggiare in mille maratone, essere invitati a compleanni di persone di cui a stento ricordiamo il nome.
Cose del genere, ecco. Non mi mancano e non mi mancheranno.

Ora attirerò altro odio, ma ve lo dico lo stesso: il distanziamento sociale secondo me è una conquista. No, non quello legato all’emergenza sanitaria. Parlo di quel distanziamento che è fatto di educazione e di silenzi, di ritmi compassati, di tempi lenti. Quel distanziamento che, nel migliore dei mondi possibili, crea più spazio affinché i veri affetti giungano a contatto più facilmente.
Quegli spazi che creano i momenti di trascurabile felicità (cit) che vivevamo nel mondo-di-prima, senza però che ci accorgessimo di esserci dentro. Chissà se un domani, proprio grazie a un distanziamento zen dal superfluo (oltre che dal contagioso) ci accorgeremo di quanto saremo di nuovo felici.

Già, questo avverrebbe nel migliore dei mondi possibili, in cui tutti siamo più maturi, più consapevoli, più giusti (soprattutto con noi stessi).
Il mondo che non c’è, ma almeno possiamo provare a immaginare.


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Un commento

  1. E mi sa che sono anch’io un “asociale di merda”, e lo sapevo già prima di questa pandemia. Ogni anno, quando arriva l’estate, inizio l’isolamento, e non esco di casa se non all’alba per fare una corsetta. Per il resto, casa sigillata fino al tramonto. Per cui, sì, io sarei davvero felice in posto come quello della foto, soprattutto nel mondo di oggi, con cui puoi restare in contatto con gli altri e fare acquisti senza uscire.
    Quando questo isolamento forzato finirà, ne sentirò la mancanza (non della pandemia, ovviamente)

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