Caccia a Tyranthraxus

Pool_of_Radiance_Coverart

Questo post mi è stato ispirato dall’amico Matteo, che recentemente ha parlato dei suoi ritrovamenti archeologici-videoludici.
Dopo aver rilevato di aver giocato più o meno agli stessi suoi videogames – non a caso abbiamo anche diverse affinità in fatto di libri, film e fumetti – mi è venuta voglia di ripescare uno dei miei pezzi più cari e datati.
Sto parlando di Pool of Radiance, il primo titolo giocato sul mio vetusto .286. Anzi, per dirla tutta puntai all’acquisto di quel primo personal computer proprio dopo aver usufruito di Pool of Radiance e di altri giochi della SSI a casa di un caro amico. Sì, l’invidia può fare molto, anche convincere i genitori a comprarti un computer, pur di non sentirti più implorare.
Correva l’anno 1988, ero già nel pieno della mia passione per i giochi di ruolo, e i prodotti della SSI – Stategic Simulation Inc. – erano il meglio in circolazione.
Lo sarebbero stati per anni.

Pool of Radiance era basato su Advanced Dungeons & Dragons, il GDR che avevo appena iniziato a “frequentare”, dopo un anno e mezzo passato in compagnia del suo fratellino più piccolo, Dungeons & Dragons.
L’intera avventura, scritta nientemeno che da quei gran professionisti che sono David Cook, Jim Ward e Steve Winter, ha luogo nel mondo di Forgotten Realms, che nel 1988 era nuovo di zecca, e spinto dalla casa madre a sostituire lo storico setting di Greyhawk.
Dal medesimo plot sono state tratte anche due altre versione: un modulo cartaceo per AD&D e una novel, che sono tentato di recuperare in lingua inglese, all’esagerato prezzo di 2.87 euro.

Lungo le coste nord del Moonsea c’è la città di Phlan, antica e nobile, ma anche colpita da una serie di devastazioni cicliche a opera delle tribù di mostri che popolano le terre attigue. Phlan è oramai divisa in due sezioni, la città vecchia, in mano agli umanoidi (orchi, ogre, hobgoblin etc) e la città nuova, ancora controllata dal consiglio cittadino. E’ proprio quest’ultimo, il consiglio, che assolda il giocatore per indagare sulla sconosciuta mente superiore che sembra coordinare i mostri, facendone una specie di esercito.
In Pool of Radiance il giocatore deve quindi assemblare il classico gruppo di avventurieri, armarlo, scegliere gli incantesimi di maghi e chierici, assoldare seguaci di vario tipo, e quindi lanciarsi nelle indagini sulla Vecchia Phlan, e infine liberarla dalla feccia che la controlla.

Dopo una lunga serie di esplorazioni si scopre che il villain che sta progettando la conquista della città nuova è un potentissimo demone, Tyranthraxus, uno dei Sette Dei Perduti, che si reincarnato in un antico drago, mettendosi al comando di un eterogeneo esercito di mostri, sacerdoti malvagi, non morti e banditi.

Dettaglio di gioco.
Dettaglio di gioco.

Visto con gli occhi di oggi Pool of Radiance ha una grafica molto scarna, basilare, ben poco attraente. A livello di interattività era però un gioco estremamente duttile e moderno. La sola possibilità di assemblare un gruppo di avventurieri, pescando tra le tante classi e razze di AD&D, era una novità assoluta per quegli anni, così come la possibilità di seguire una trama non lineare, che lasciava ampia libertà di movimento, e anche la possibilità di “suicidarsi” esplorando aree di Vecchia Phlan controllate da bande troppo forti per dei personaggi di livello basso.

Ecco, proprio la vecchia città desta in me ricordi eccezionali. L’idea stessa di ambientare un’intera campagna in un’area metropolitana lasciata allo sbando, controllata da umanoidi e bande di briganti e di maghi malvagi, è decisamente affascinante.
Tra l’altro Phlan, essendo antica e decaduta, nasconde luoghi ameni e affascinanti, ricchi di misteri e di segreti. Nei pressi della città sorge per esempio il Valjevo Castle, una delle fortezze più grandi del continente. Senza dimenticare l’inquietante Valhingeng Graveyard, il cimitero di città vecchia, da tempo infestato dalla presenza di non morti, o gli Slum, i quartieri bassi.

Anche lo stesso villain, Tyranthraxus, è uno dei cattivi migliori di quell’epoca videoludica. Lo spirito demoniaco dai poteri semidivini, capace di organizzare bande di caotici umanoidi selvaggi e bestiali, e anche in grado di possedere il possente il corpo di un drago di bronzo (solitamente buono), è un avversario tanto apprezzato da ricomparire in altri titoli della SSI e della TSR (la vecchia casa editrice di AD&D).

Questi sono i miei ricordi di Pool of Radiance, un videogame che ha fatto senz’altro storia.
Altri di voi se lo ricordano e l’hanno magari giocato?

Tyranthraxus.
Tyranthraxus.

– – –

(A.G. – Follow me on Twitter)

13 commenti

  1. E’ stato uno dei primi videogiochi sui quali mi sono incaponito, che ha fatto sbocciare la passione per i gdr anche di carta, ci ho giocato fino alla sfinimento anche in emulazione successivamente, a questo e ai seguiti “Curse of azure bonds”, secret of the silver blade, pool of darkness piu tutta la serie di Krynn e anche quello ambientato nell’universo di buck rogers. Questo format di gioco aveva il non trascurabile pregio per i limitatissimi computer dell’epoca a 8 bit di dare una illusione di profondità di gioco mostruosa, anche superiore alle avventure di oggi e in un certo senso è un preistorico precursore del concetto di free roaming!
    Grazie Alessandro per aver ripescato anche questa perla!!

    1. Ok, hai citato tutti i titoli che ho giocato anch’io, compreso il videogame di Buck Roger, che fino a pochi istanti fa avevo rimosso dalla memoria :-O
      Concordo pienamente sul senso di profondità e di coinvolgimento, che all’epoca sembrava qualcosa di immenso. In proporzione anche superiore a quella dei giochi di oggi.

  2. Che dire, fantastico. Abbiamo gli stessi ricordi legati a questa saga, alla magia che riuscivano a regalare questi videogame.
    Per me il primo in assoluto, acquistato per l’occasione allo stesso modo che tu citi nel post, fu Bard’s Tale, del quale ho ancora i floppy (i floppy!!!!) originali.
    Ma i giochi Gold Box Games si sono conquistati un angolo particolare, per le storie, quella grafica, i combattimenti a turni (che stavi lì a capire se lanciavi una fireball sul tizio fin dove arrivava contando le caselle) e come dicevo nel mio post anche il materiale a corredo, manuale con i mostri e gli incantesimi e le Journal Entry da leggere perché a video tutto il testo non te lo mettevano.
    Come James sopra ho giocato la maggior parte della saga, Curse of azure bonds, Silver Blades e anche quelli ambientati Krynn, visto che adoravo ai tempi i romanzi di Dragonlance.
    Bellissimi ricordi! 🙂

    1. E la saga di Ultima? Coi primissimi capitoli, le scatole con le masse stampate su stoffa, i micromanuali (perché, come dici tu, sui floppy non ci stava tutto).
      Mamma mia, che flash…

      Ricordo che quando passai poi a Eyes of the beholder la nuova grafica mi sembrò fantascientifica 😀

      1. Non dovrei dirlo ma… non ho mai giocato a Ultima. Tentai un porting del 7° o 8° capitolo su PSP ma senza mouse era un delirio. Potrei vedere se esiste per Android… 😛

        Concordo sull’effetto grafica, come quando vidi il primo Doom e ricordo di aver pensato che era davvero realistico 😀

        1. A Ultima ci ho giocato solo da amici, ma ci ho giocato davvero parecchio 😛

          Riguardo a Doom, sarò un nostalgico, eppure certe atmosfere di quel gioco non sono più state superate.
          Soprattutto il senso di claustrofobia e di minaccia.

        2. Ultima (tutta la serie) lo trovi su gog.com funzionante su computer moderni, insieme ad un sacco di altra vecchia roba come Darkness

          1. Ciao,
            sì sì conosco e temo GoG che ogni volta comprerei tutto 😀 infatti ora sto giocando a IceWind Dale. Prima o poi farò pure un tentativo con Ultima 7 che se ricordo bene mi dissero tutti era il migliore della saga.

  3. questo pool of radiance non me lo ricordavo. neverwinter è debitore a quanto pare (la trama è simile come l’ambientazione). Il mio primo pc è stato un 386 acquistato dai miei genitori esauriti dalle mie suppliche per giocare a Dune2 della Westwood.

  4. Pool of Radiance fu una piccola rivoluzione – per me come giocatore e per il mondo dei videogames.
    Era aperto, non lineare, potevi rigiocartelo duecento volte usando gruppi differenti di avventurieri…
    E poi aveva una bella storia.
    Poi sarebbero venuti i vari Eye of the Beholder e così via.
    Ma Pool of Radiance fu un segnale fortissimo che sarebbero successe cose interessanti.

    1. Esattamente. Per quei tempi era rivoluzionario, sorprendente, unico.
      L’intera esplorazione della città di Phlan mi impegnò per oltre un mese, cosa inedita per chi era abituato alle brevi partite da sala giochi.
      E la storia, sì, era dannatamente bella.

  5. Gran gioco! Quanti ricordi… e quante mappe mi feci all’epoca.
    Ho il libro a cui facevi cenno, pagato allora 12500 lire, in inglese (Pool of Radiance, di James M.Ward e Jane Cooper Hong).

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