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C’erano una casa abbandonata e dei ragazzini curiosi

Il post di ieri di Davide Mana sulle microavventure (questo, leggetelo) mi ha fatto incidentalmente tornare in mente un periodo piuttosto remoto della mia vita, diciamo tra i ventotto e i trentadue anni fa, ovvero quando ero ancora un ragazzino imberbe.
Ma credo che la mia storia sia la storia di molti ragazzini di quelli che furono i mirabolanti anni 80 e ’90.
In questa storia ci sono – appunto – dei ragazzini svegli, curiosi, con una grande immaginazione e molto annoiati. C’è poi una stagione che un tempo sembrava davvero bella, e praticamente infinita: l’estate.
Poi c’è un paese sonnacchioso, un po’ un cliché che sembra uscito da un romanzo di Stephen King. Pensate a Derry, ma ancor più a Jerusalem’s Lot, che personalmente preferisco.
C’è infine quel tempo libero che iniziava con l’ultimo giorno di scuola, e che si consumava molto lentamente, finché ad agosto quei ragazzini partivano con le rispettive famiglie, per il mare o per la montagna.

Immaginate, se ci riuscite, un’epoca in cui non esisteva i social media, e in cui ogni minuto della nostra vita non veniva monopolizzato dal pigro scrolling della timeline di Facebook, Twitter o di Instagram. In quell’epoca remota il personal computer era una specie di totem che possedevano solo i ragazzi di buona famiglia, una specie di status symbol per proto-nerd che vantavano le partite a mirabolanti videogiochi come Pool of Radiance, Eye of the Beholder, Rastan, Sim City, Indiana Jones and the Fate of Atlantis, Alone in the dark, Doom, e mille altri ancora.

Giocare a questi videogame era bello, perciò ci si riuniva nelle case dei ragazzi fortunati e si trascorrevano interi pomeriggi a fissare quelle meraviglie (sì: spesso uno giocava e gli altri osservavano). Oppure ci si trasferiva in massa nei bar coi migliori coin-up del momento.
Da me erano molto gettonate le tabaccherie che ospitavano titoli come Street Fighter 2, Robocop, Gauntlet, Fatal Fury, Ghosts’ n Goblins etc.

Infine c’era quelli un po’ più esigenti con la loro fantasia, quelli che giocavano di ruolo, senza minimamente sapere di essere dei pionieri del settore, quantomeno in Italia.
Io facevo parte di tutte le categorie appena elencate.

Tuttavia d’estate c’era anche il richiamo dell’aria aperta, a cui si univa la volontà di fingere che le avventure vissute coi videogiochi, coi librogame o con Dungeons & Dragons, fossero reali.
Spesso una bicicletta veniva immaginata come la moto cavalcata da zio Arnold in Terminator 2, o come i draghi su cui combattevano i protagonisti di Golden Axe.
Un canalino d’irrigazione diventava un Canyon degno del regno ghiacciato di Kalteland, un boschetto ci faceva venire in mente la foresta pluviale infestata dal Predator. Un sottopassaggio ferroviario diventava automaticamente parte dello scenario di film leggendari come Return of the living dead o Nightmare.
Poi c’erano le case abbandonate.

Ogni paese ne aveva almeno un paio, i più fortunati ne contavano quattro o cinque.
Spesso si trattava di vecchi casolari o di “cortili” in cui nessuno abitava più da anni. Di solito si trovavano ai margini del paese stesso, doveva davano poco nell’occhio, e dove restavano lì per anni, simili a monoliti alieni abbandonati poco fuori dalla civiltà, che fingeva di non vederli.
Crescendo – diciamo dai 16 anni in su – avremmo scoperto che quelle case abbandonate era i santuari del piccolo spaccio, delle coppiette clandestine e dei ricettatori di giornaletti porno.

A 13-14 anni le immaginavamo invece come le tane di streghe e vampiri, gli stessi mostri di cui leggevamo nei romanzi e di cui vedevamo le imprese nei film di Notte horror.
Ovviamente sapevamo già allora che nulla di tutto ciò era reale, ma l’idea di esplorare il covo di una strega si scolpiva nella nostra mente, rendendo il richiamo dell’avventura irresistibile.
Incuranti dei pericoli più evidenti – rischi di crolli strutturali, la possibilità di imbattersi in qualche spacciatore male intenzionato – non ci tratteneva dallo scavalcare cinte perimetrali, di attraversare giardini infestati da ogni sorta di erbacce, e di infilarsi in finestre sfasciate da chissà quanto tempo.
Vagavamo per ore nei corridoi polverosi, nei locali che conservavano i resti di mobilio ammuffito, e perfino in seminterrati dove – lì sì – temevamo un pochino di incontrare un vero fantasma, o chissà che altro.
Del resto le vecchie case ospitano sicuramente qualche spettro, anche se noi non riusciamo a vederlo. Semmai lo percepiamo, fosse anche col potere immenso dell’immaginazione.

Quante volte l’avrò fatto, in quell’epoca? Quante volte sono entrato in luoghi del genere?
Una cinquantina come minimo, dividendomi tra due case abbandonate e una fabbrica in disuso, quest’ultima posizionata in una posizione particolarmente suggestiva (vicino a un canale, dietro la ferrovia, di fianco a un boschetto solitario).
Non ho mai incontrato vampiri, streghe, lupi mannari o zombie. Una volta mi sono beccato un chiodo nel piede, ed è stata sicuramente la cosa più horror delle mie esperienze come esploratore urbano.
Però mi sono divertito moltissimo.

Ora nessuna di quelle vecchie case esiste più, al mio paese. Sono state abbattute.
Una è stata ricostruita ex-novo, ed è abitata. L’altra ha fatto spazio a un moderno centro anziani, con annessa la sede altrettanto moderna di una banca.
La fabbrica abbandonata esiste ancora, ma non ci sono mai più nemmeno passato davanti, nemmeno si fosse trasferita su Urano.

Non vorrei sembrare diseducativo, ma credo che qualunque ragazzino dovrebbe sperimentare un’avventura del genere, per capire cosa vuol dire divertirsi.
Certo, ora lo faremmo pubblicando i video dell’esplorazione su Intagram, magari in tempo reale. Forse cose del genere succedono già, e io semplicemente le ignoro.
Del resto ogni epoca ha i suoi momenti, i suoi interessi.
Ogni età ha i suoi amici e i suoi sogni a occhi aperti.
Sarebbe bello, da adulti, mantenere vivo almeno un po’ di quello spirito d’avventura che ci fa apparire il mondo, anche quello quotidiano, come un posto meraviglioso, e non soltanto come un luogo ostile, popolato da gente che ci vuole male.
Io credo di esserci riuscito, almeno un pochino.
E voi?


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5 risposte a "C’erano una casa abbandonata e dei ragazzini curiosi"

  1. A me questo capitava tutte le estati a Fara Sabina. Il paese era semideserto e potevamo circolare liberamente. Quante avventure fatte in quei mesi estivi.
    Pensavamo di essere grandi e liberi di esplorare. Ricordo la corriera e arrivava in paese una volta al giorno e doveva fare manovra perché dal paese si entrava ed usciva la una sola strada. Un piccolo parco con un monumento ai caduti della II guerra mondiale era un cannone o un mortaio. Immaginate che avventure in groppa.

    Spesso con me e mia sorella c’erano anche i nonni.
    In passeggiata si prendeva un ghiacciolo a 50 lire perché il cornetto solo la domenica.

    Quanti ricordi

    1. Non è mai tardi per un po’ di avventura. Fai come me, prendi la moto e vai a fare un giro. Non deve essere il giro del mondo, per cominciare basta una domenica mattina in giro da sola o con amici.
      Non guidi la moto, in auto, in bici a piedi.

Rispondi a On Writing Horror (@Simone_Peruzzi) Cancella risposta

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